21 - 27 Settembre 2026, Roma

Mentre l’AI ridefinisce l’uomo, Roma lo cerca da duemila anni. Intervista ad Antonio Scialletti

Intervista a cura di Valentino Megale, XR & Digital Health Entrepreneur, autore e speaker su tecnologie emergenti, CEO di Softcare Studios, Docente presso Rome Business School e advisor di XRSI.

Da millenni Roma è diritto, istituzione, misura del tempo, ed è storicamente uno dei contesti più densi in cui interrogarsi su temi quali essere persona, gestire il potere e contenerne le complessità. Ma cosa succede quando oggi, nel pieno del XXI secolo, lasciamo che una tecnologia come l’AI inizi a decidere, produrre e rispondere al posto nostro?

Ho avuto la grande opportunità di compiere questo viaggio tra passato e futuro con il Prof. Antonio Scialletti, professionista con 30 anni di esperienza nella consulenza di strategia e sviluppo aziendale a livello globale, attualmente Program Director dei programmi MBA della Rome Business School, dove insegna Strategia, Geoeconomia e Gestione Interculturale.

Una conversazione sul futuro dell’Intelligenza Artificiale che parte da Roma, città dove il potere non è mai stato solo capacità, ma sempre anche responsabilità e da cui possiamo apprendere tanto per affrontare le sfide che ci aspettano.

V.M.: In passato, quando abbiamo invitato alla Rome Business School un gruppo di studenti internazionali per una settimana dedicata all’AI, ci hanno posto una domanda: cosa c’entra l’antica Roma con una tecnologia così moderna come l’IA? È una reazione onesta e rivela quanto abbiamo associato l’innovazione a una geografia precisa. La Silicon Valley ha costruito una cultura del pensiero straordinariamente efficace, orientata al prototipo, all’iterazione veloce, alla verifica sul campo, ed è lì che molte delle risposte tecniche continueranno giustamente a nascere. Ma ogni luogo produce il tipo di pensiero che la sua forma abilita, e alcune domande sull’AI non sono solo di ordine tecnico: riguardano cosa consideriamo umano, cosa deleghiamo, cosa siamo disposti a perdere. Se le due velocità sono complementari e non esclusive, cosa può offrire una città come Roma, che misura il tempo in millenni e non in trimestri, alla parte di conversazione sull’AI che ha bisogno di essere pensata lentamente? 

Antonio Scialletti

A.S.: Roma città eterna! Imperi, catastrofi, popoli, tutto è passato a Roma ma la città è ancora qui con le sue indomabili ed eterne bellezze per dare quel senso di limitatezza dell’uomo che ha la responsabilità di costruire per l’eternità. Ecco cosa Roma può offrire, non la velocità tecnologica ma il senso del Limite, della Responsabilità e della Durata Eterna. E tale senso deriva dall’antichità e storicità romana che conserva la capacità di porre le domande che devono precedere ogni nuova sfidante innovazione sia essa giuridica, o architettonica, o tecnologica. La Silicon Valley ha reso il prototipo una forma di pensiero: si costruisce, si misura, si corregge. Roma può ricordarci che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è automaticamente desiderabile, e che alcune conseguenze si manifestano non nell’arco di un trimestre, ma nell’arco di generazioni. 

Una città stratificata come Roma introduce una prospettiva temporale diversa:

  • ogni innovazione si inserisce su istituzioni e organizzazioni già esistenti
  • ogni decisione produce effetti oltre il suo autore e li produce sulla comunità
  • ogni sistema/potere deve essere giudicato non soltanto per l’efficienza immediata, ma per ciò che lascia dietro di sé: ricordiamo come ogni Imperatore voleva costruire il suo Forum più bello e splendente del precedente.

Quindi, la domanda romana all’AI è: “Che tipo di Istituzione / Organizzazione / Società stiamo costruendo mentre costruiamo i nostri nuovi strumenti tecnologici?” E conseguentemente: “A chi è imputabile l’azione della macchina?” Non “chi ha scritto il codice?”, ma “chi ha deciso di impiegarlo, con quali poteri, quali controlli e quali effetti/conseguenze accettabili sulla comunità?”. Roma conosceva il potere, ma conosceva anche la sua ambivalenza. Le sue istituzioni, le sue crisi e la sua storia mostrano che ogni concentrazione di potere crea la necessità di contropoteri, procedure e responsabilità pubbliche: la necessità di Limiti. 

Questo offre una lezione importante per l’AI:

  • la capacità di previsione non equivale alla legittimità di decidere
  • l’automazione non elimina la responsabilità umana
  • la maggiore efficienza non giustifica qualsiasi sacrificio di autonomia, privacy o dignità
  • un sistema potente deve essere accompagnato da sistemi altrettanto forti di controllo

In questo senso, il Limite non è un ostacolo all’innovazione, ma è ciò che impedisce all’innovazione di diventare una forma incontrollata di potere. Ed era proprio nel Forum Romano che si discuteva dei Limiti del potere. Ci deve essere uno spazio/forum nel quale cittadini, imprese, istituzioni, studiosi e comunità possano discutere non solo di prestazioni, ma di finalità. L’AI non dovrebbe essere definita esclusivamente negli splendenti palazzi del potere tecnologico della Silicon Valley, ma necessita di luoghi di deliberazione in cui si possa chiedere:

  • quali decisioni non dovrebbero essere automatizzate
  • quali errori sono socialmente accettabili
  • chi può contestare una decisione algoritmica
  • quali dati possono essere utilizzati
  • quali competenze devono rimanere umane

Lo sviluppo dell’AI deve essere accompagnato da un impegno condiviso tra tecnologia, diritto, etica ed educazione. La Silicon Valley può aiutarci a costruire sistemi migliori. Roma può aiutarci a decidere quali sistemi meritino di essere costruiti, entro quali limiti e per quale idea di futuro. Il vero contributo di Roma è una forma di “pazienza civile”: la capacità di riflettere con calma in modo da capire che ogni strumento innovativo, prima o poi, diventa una scelta sull’uomo e sulla comunità in cui vive.

V.M.: “Persona” era la maschera dell’attore, poi il ruolo, poi (nel diritto romano) il soggetto capace di diritti e doveri: una delle astrazioni più potenti mai prodotte dall’Occidente, nata per rispondere a una domanda pratica e diretta: chi conta come qualcuno e chi resta una cosa. La differenza è che a Roma questa domanda non si legge nei libri, si incontra: i fori dove si discuteva lo statuto delle persone sono ancora lì, la stessa pietra ha visto la questione riaprirsi in forme diverse per venti secoli. Oggi ci chiediamo se un sistema artificiale possa essere agente, autore, responsabile e lo trattiamo come un problema inedito. Cosa cambia nel modo in cui lo pensiamo se poniamo quella domanda stando fisicamente nel luogo in cui è stata formulata la prima volta? 

A.S.: Sotto il cocente sole romano in via dei Fori Imperiali, nel mezzo del Parco Archeologico Romano, riflettere sull’AI significa porsi delle domande non solo tecnologiche ma anche istituzionali e politiche: “quale forma di riconoscimento giuridico siamo disposti a costruire attorno a ciò che l’AI fa?”. Non è una questione di “cosa fa l’AI”, ma di come noi costruiamo “intorno” all’AI. Qui nel Foro Romano il Diritto Romano è stato pensato, discusso e modellato. Qui la “Persona” fu riconosciuta come non coincidente semplicemente con l’individuo biologico né con una coscienza interiore. Fu una posizione chiaramente riconosciuta dall’ordinamento romano, delimitata da capacità, status, responsabilità e possibilità di agire. 

Il Foro Romano rese quindi evidente che la persona giuridica non è soltanto una definizione: è una porta d’accesso alle istituzioni. Attraversarla significa ottenere voce, responsabilità, diritti e doveri.

Il passaggio da maschera a ruolo e poi a persona e soggetto giuridico contiene una lezione decisiva: la maschera teatrale non serve solo a nascondere l’attore, ma gli consente di rendere riconoscibile un personaggio. Allo stesso modo, la persona giuridica non rivela necessariamente l’essenza di qualcuno; gli assegna una forma stabile attraverso cui il diritto può riconoscerlo.

La personalità giuridica è, in questo senso, una tecnologia di rappresentazione: trasforma una realtà complessa in un soggetto identificabile per determinate relazioni. 

Questa prospettiva aiuta a non porre subito la domanda metafisica “l’IA è una persona?”. La domanda romana sarebbe più concreta: “Quale ruolo giuridico deve essere attribuito a un sistema artificiale, per quali atti, entro quali limiti e con quali conseguenze?”

Un sistema può essere trattato come “agente operativo” senza essere una persona giuridica. Può generare un testo, selezionare un’azione o avviare una transazione, mentre il diritto attribuisce l’effetto a chi lo ha progettato, impiegato, autorizzato o controllato.

Anche la responsabilità può essere separata dalla personalità. Un’IA potrebbe essere estremamente autonoma nell’esecuzione e tuttavia non possedere intenzionalità giuridicamente rilevante o capacità di subire una sanzione. Attribuirle la responsabilità solo perché ha causato un risultato rischierebbe di usare la “persona” come una copertura per occultare le decisioni umane e organizzative che hanno reso possibile quel risultato. 

Così, nel luogo in cui la distinzione fra persone e cose è diventata una struttura del diritto, l’IA appare non come una nuova specie che chiede di essere “riconosciuta”, ma come un dispositivo che ci costringe a ridefinire le condizioni del riconoscimento. La domanda decisiva non è dunque se la macchina possa indossare una maschera. È chi la indossa per lei, chi parla attraverso di lei e chi deve rispondere quando quella voce produce effetti nel mondo.

V.M.: L’AI non sta scardinando soltanto processi produttivi: incrina dogmi su cosa sia originale, cosa sia competenza, cosa distingua un pensiero da una sua imitazione convincente. A Roma si cammina letteralmente dentro il collasso di sistemi di certezze (la fine della repubblica, la caduta dell’impero) con la differenza che qui il crollo non ha mai svuotato la città: si continuava ad abitarla mentre accadeva. Basta scendere i tre livelli della Basilica di San Clemente per capire con il corpo, in pochi minuti, ciò che un saggio spesso impiega pagine e pagine a spiegare: quando si costruisce il nuovo lo si fa dentro un cambio di paradigma, non dopo, e senza sapere necessariamente ancora come finirà. Se stiamo attraversando una transizione di quella portata, cosa può offrirci Roma nel modo in cui possiamo contribuire a questo processo? 

A.S.: Oggi, come nell’Antica Roma, siamo in un momento di flesso negativo culturale e profonda trasformazione della Società. Ed è proprio Roma che offre una lezione precisa: le grandi trasformazioni non avvengono dopo la fine di un ordine, ma dentro la sua persistenza. La Repubblica non scomparve in un giorno; molte delle sue forme, parole e istituzioni continuarono a essere utilizzate mentre il potere si concentrava progressivamente in quello che sarebbe diventato l’Impero. 

San Clemente rende evidente questa situazione: la basilica medievale sorge sopra una chiesa del IV secolo, a sua volta costruita su edifici romani più antichi e su un mithraeum: il nuovo non ha cancellato semplicemente il vecchio, ma lo ha ricoperto, riutilizzato, reinterpretato e trasformato usandolo come fondamenta. 

Questa è probabilmente la condizione in cui ci troviamo oggi con l’intelligenza artificiale. Non siamo “dopo” il vecchio mondo del lavoro, ma nella trasformazione profonda di esso e dobbiamo riconoscere le fondamenta su cui ricostruire il nuovo paradigma.

Roma dichiara che le transizioni riuscite non consistono necessariamente nel demolire il sistema precedente, ma nel costruire nuovi livelli di significato sopra infrastrutture ancora operative.

Occorre distinguere ciò che deve essere conservato da ciò che deve essere riprogettato. Come a San Clemente, il livello precedente non è solo un ostacolo: può diventare una fondazione, purché se ne conoscano i limiti.

Certamente il nuovo paradigma incrina (tramite l’uso dell’AI) l’idea che produrre un risultato equivalga a possederne pienamente la competenza. Un sistema può generare una diagnosi plausibile, un contratto ben scritto o un’analisi coerente senza comprendere il contesto come lo comprende un professionista. 

Bisogna distinguere due piani:

  • produzione dell’atto: chi o che cosa lo ha materialmente generato
  • legittimazione dell’atto: chi gli attribuisce valore, lo verifica e ne assume le conseguenze

È un cambio di paradigma che deve essere collocato nel punto giusto: nei flussi di verifica, nelle responsabilità, nei criteri di qualità e nelle condizioni di affidamento. Di conseguenza, la competenza professionale del futuro si concentra sul saper:

  • formulare una domanda corretta
  • fornire il contesto che manca al sistema
  • comprendere e analizzare criticamente la risposta
  • identificare i punti di forza e le mancanze della risposta
  • decidere quando non delegare
  • fornire la tracciabilità per evitare che l’AI fornisca risultati apparentemente impersonali, privi di autore riconoscibile e di responsabilità ricostruibile
  • interpretare correttamente, sostenere e comunicare un’analisi o una decisione presa con assistenza algoritmica

Roma non costruì il proprio ordine politico perché possedeva già una teoria definitiva del futuro. Costruì magistrature, procedure, rituali, competenze e forme di adattamento capaci di funzionare anche mentre l’equilibrio cambiava.

Questa è una lezione particolarmente utile: non dobbiamo aspettare una definizione conclusiva di intelligenza, coscienza o creatività per cominciare a governare l’IA. Possiamo progettare istituzioni provvisorie ma robuste per fare in modo che l’incertezza non diventi un alibi per l’assenza di Governo.

Contribuire al processo significa allora agire su tre fronti:

  • conservare ciò che sostiene dignità, competenza, responsabilità e pluralismo
  • tradurre le capacità dell’IA in procedure comprensibili e verificabili
  • costruire nuove regole senza attendere che il vecchio ordine sia completamente scomparso

A San Clemente si scende attraverso strati diversi e si comprende che nessuno di essi, da solo, spiega Roma. Allo stesso modo, nessun singolo attore — azienda tecnologica, legislatore, università — può definire da solo il significato dell’IA. La transizione richiede “archeologi del presente”: persone capaci di leggere ciò che rimane, riconoscere ciò che sta emergendo e decidere consapevolmente che cosa meriti di diventare fondamento del livello successivo.

V.M.: Un dibattito sull’AI in una sala conferenze produce un certo tipo di pensiero: rapido, orientato all’applicazione, sincronizzato con il ciclo delle notizie. La stessa conversazione fatta camminando per Roma cambia forma, perché la città non si lascia percorrere in linea retta. Roma impone deviazioni, sovrapposizioni impreviste, un tempio dietro una curva che non ti aspettavi, e chi si perde qui pensa in modo diverso da chi si muove su una griglia prestabilita. È l’intuizione dei situazionisti sulla dérive: lo spazio che attraversiamo struttura ciò che riusciamo a pensare. Roma non aggiunge necessariamente informazioni al discorso sull’AI, aggiunge profondità di campo e riflessione. Può un luogo cambiare davvero la qualità delle domande che riusciamo a porre, e se sì, non è esattamente questo ciò che Roma ha da offrire alle conversazioni più urgenti del nostro tempo? 

A.S.: Un luogo come Roma può cambiare la qualità delle domande perché modifica contemporaneamente attenzione, ritmo, memoria e punto di vista. Non aggiunge necessariamente dati al discorso, ma cambia le condizioni nelle quali i dati vengono interpretati.

La dérive situazionista esprime precisamente questa intuizione: una pratica di attraversamento urbano non guidata dagli scopi ordinari, nella quale il soggetto si lascia orientare dalle diverse “atmosfere” dello spazio e dai loro effetti psico-geografici. Roma radicalizza questa esperienza perché è una città nella quale le epoche non sono semplicemente successive: sono simultaneamente presenti. 

Camminare dentro Roma introduce interruzioni non programmate. Un arco, una colonna, una rovina, una strada che termina in una piazza o una chiesa incorporata in un edificio successivo obbligano la mente a rinegoziare la mappa che aveva costruito. Il pensiero non procede soltanto per deduzione; procede anche per incontri.

Roma rende difficile pensare all’IA come a una semplice successione lineare: tecnologia nuova → sostituzione del vecchio → sistema più efficiente.

La città di Roma mostra piuttosto una struttura stratigrafica: una forma antica continua sotto una funzione nuova; un linguaggio viene riutilizzato con significato diverso; una rovina diventa fondazione; una contraddizione non viene risolta, ma incorporata. Questa esperienza corregge una delle semplificazioni più frequenti nel discorso sull’IA: l’idea che ogni capacità sia interamente trasferibile. Roma ricorda che il valore di una capacità dipende anche dal contesto nel quale essa viene esercitata. Una risposta corretta fuori contesto può essere una risposta sbagliata; una procedura efficiente può distruggere una conoscenza tacita; una soluzione brillante può essere istituzionalmente irresponsabile.

La città insegna quindi a porre domande di secondo livello:

  • non solo “che cosa può fare l’IA?”, ma “che cosa rende significativa quella prestazione?”
  • non solo “quanto è accurato il modello?”, ma “chi definisce l’errore rilevante?”
  • non solo “chi è l’autore dell’output?”, ma “quale catena di scelte gli ha dato forma?”
  • non solo “quale lavoro verrà automatizzato?”, ma “quali forme di giudizio rischiano di non essere più esercitate?”

Queste domande di secondo livello combinate con la contemporaneità di differenti epoche storiche nei percorsi romani possono cambiare la conversazione sull’IA in almeno quattro modi:

  • sostituisce la profezia con l’osservazione: invece di chiedere se l’IA “cambierà tutto”, si può osservare quali pratiche stanno già cambiando, quali restano stabili e quali vengono semplicemente ricoperte da un nuovo linguaggio
  • distingue rottura e continuità: l’IA può modificare radicalmente un processo senza eliminare le istituzioni che ne controllano gli esiti. Anche una transizione tecnologica molto rapida può dipendere da contratti, standard, responsabilità professionali e infrastrutture costruite in epoche precedenti
  • rende visibili i costi differiti: una decisione può sembrare efficiente nel presente e produrre dipendenze, perdita di competenze o concentrazione di potere nel lungo periodo. Le rovine rendono percettibile ciò che il ciclo delle notizie tende a comprimere: il tempo degli effetti non coincide con il tempo dell’attenzione
  • restituisce dignità all’incertezza: un ambiente stratificato non invita a fingere che il futuro sia già chiaro. Invita a formulare ipotesi, mantenerle reversibili e costruire istituzioni capaci di apprendere

Il vero valore aggiunto di Roma alle conversazioni sull’AI è un dispositivo di rallentamento critico: una condizione che sottrae temporaneamente il pensiero alla pressione dell’immediatezza e lo mette in relazione con durate più lunghe. Roma ci insegna a non confondere novità con profondità, velocità con comprensione, e previsione con saggezza. E forse è proprio questo il suo contributo primario: offrire alle domande del presente abbastanza spazio perché smettano di essere soltanto urgenti e superficiali, e diventino profonde ed eterne.

Leggi altro...

La mia agenda