Roma si può attraversare seguendo percorsi già tracciati, oppure lasciando che siano i luoghi, le persone e le memorie che custodiscono a orientare lo sguardo. È da questa seconda prospettiva che prende forma il lavoro di Carlo Infante, fondatore di Urban Experience, che da anni sperimenta il walkabout come pratica di esplorazione urbana e il performing media come terreno di incontro tra esperienza diretta e tecnologie.
Camminare diventa così un modo per interrogare i territori, raccogliere tracce e far emergere storie che spesso restano ai margini delle rappresentazioni più consuete della città. In questa intervista Infante racconta il percorso che ha portato alla nascita di Urban Experience, il rapporto tra percezione e strumenti digitali e il lavoro sui Paesaggi Umani di Roma Plurale, fino a quella “intelligenza connettiva” che individua come materia prima per accompagnare le trasformazioni di Roma.
Nel tuo lavoro il cammino non è soltanto un modo per spostarsi nella città, ma uno strumento per comprenderla. Che cosa diventa visibile quando si attraversa Roma a piedi, lasciando spazio a un’attenzione diversa da quella abituale?

La parola strumento non è quella giusta, preferisco “condizione abilitante”, l’ho acquisita più di trent’anni fa collaborando sui temi del Virtuale con Domenico Parisi quando dirigeva l’Istituto di Psicologia del CNR. Contempla il fatto di mettersi in gioco, cambiare sguardo e paradigma interpretativo. È da questo approccio che il camminare si evolve nel walkabout, un format di performing media che ibrida corpo e tecnologie, estendendo la conversazione peripatetica grazie alla tecnologia radio. Un format inventato con la Koinè nel 1988 nel Festival Scenari dell’Immateriale di Narni e riattivato quando sono tornato a Roma dopo 18 anni di Torino per ripristinare e reinventare uno sguardo sulla città condividendo dei percorsi promossi da Urban Experience.
I walkabout di Urban Experience vengono talvolta associati alle visite guidate, anche se il meccanismo è molto diverso. Che cosa accade quando chi partecipa non si limita ad ascoltare, ma può contribuire alla costruzione del racconto?
Altro che visite guidate, sono già in tanti a farle. Il walkabout è un gesto politico-poetico di urbanismo tattico per esplorare i paesaggi umani di qualsiasi periferia, comprese quelle che si trovano tra le pieghe delle aree interne e di centri urbani che hanno perso la memoria. L’obiettivo è far parlare la città, camminandola e rilanciandola via radio (locale, con sistemi whisper-radio e al contempo globale con i geopodcast nella mappa web) con i walkabout che lasciano tracce georeferenziate su una mappa parlante in cui ascoltare le voci dei territori coinvolti in esplorazioni in cui si accende sguardo partecipato.
È un metodo che rivela il suo etimo (“methodos”: riflettere camminando) permettendo di tradurre azioni senzienti e psicogeografiche in scrittura esperienziale sul geoblog, per trarre e distillare storie dagli indizi raccolti nelle geografie urbane. Frammenti di memoria senza struttura narrativa ma evocativi e performanti, capaci di riaccendere l’attenzione sul “genius loci” perduto. Si tratta di un performing media storytelling che ripristina il senso naturale delle cose e insieme batte il tempo di una evoluzione antropologica che gioca con le nuove sensibilità digitali per attuare un’innovazione adattiva che faccia del web un nuovo spazio pubblico e si misuri con la creatività sociale diffusa. Una tensione desiderante tesa a rivelare l’autenticità di un concetto strategico come quello della resilienza urbana.
Hai definito i walkabout delle “palestre dello sguardo”. Che cosa significa allenare l’attenzione mentre si percorre un quartiere e come può cambiare, da quel momento, il nostro rapporto con quel luogo?
Nell’approccio psicogeografico che connota Urban Experience c’è quel principio percettivo che induce spaesamento. È come un gioco, un esercizio immaginario a volte sollecitato da alcuni podcast che evocano particolari scenari, come quelli tratti da film come Stalker di Tarkovsky o Mamma Roma di Pasolini. Dopotutto un paesaggio urbano può essere visto secondo un suggerimento di Fernando Pessoa che ne Il libro dell’inquietudine scrive: “È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo”.
È significativo capire che i luoghi diventano paesaggio proprio quando ci si muove dentro, nel momento in cui si esprime un senso che rivela ciò che rappresentano per noi. In tal senso noi diventiamo il paesaggio di cui siamo parte. È un buon incipit per proiettarsi nel progetto Paesaggi Umani di Roma Plurale che partirà a settembre.
La tecnologia è presente nelle tue esperienze, ma non prende mai il posto del contatto diretto con la città. Come costruisci questo equilibrio e come riconosci quando uno strumento digitale sta ampliando ciò che le persone possono percepire?

Il fatto stesso di ampliare, espandere, una percezione è una condizione straordinaria che va agita e non subita. È questo il valore fondante dell’uso delle tecnologie che da sempre espandono la nostra coscienza del mondo. Non dimentichiamo che lo stesso linguaggio alfabetico è stato a suo tempo una tecnologia.
In cammino, durante i walkabout useremo realtà aumentate e intelligenza artificiale per fare parlare ad esempio Polimnia, la statua di una musa ritrovata nel 1928 sotto Villa Fiorelli al Tuscolano e oggi esposta al Museo Montemartini. Polimnia ritornerà “a casa” a Villa Fiorelli (con un digital model). È una delle nove figlie di Zeus e Mnemosine, considerata la musa protettrice della memoria. Un emblematico atto di innovazione territoriale: creando un “doppio” virtuale della statua che metterà in relazione il museo con la comunità territoriale del Tuscolano. Il walkabout tratterà di questa azione di performing media con la Direzione Musei Civici di Roma in quanto modello da replicare anche in altre periferie dove sono state estratte opere d’arte esposte nei Musei della città.
Il Performing Media è al centro della tua ricerca. Che cosa cambia quando un contenuto prende forma nello spazio e viene vissuto direttamente dalle persone, anziché essere semplicemente fruito?
Il concetto di Performing Media l’ho distillato in decine di anni di esperienza critica sul rapporto tra performance e nuovi media, nell’ambito radiofonico con Audiobox su RAI-Radio1 e nel videoteatro su cui si basò il festival di Narni Scenari dell’Immateriale che ho diretto negli anni Ottanta, dove l’edizione del 1987 si intitolò La scena interattiva.
Da allora con l’avvento del virtuale ci fu un’accelerazione sorprendente, nel 1991 presentai un sistema di Realtà Virtuale a Villa Medici, come curatore di Romaeuropa Festival, nel 1996 realizzai il progetto Futuro Digitale al Salone del Libro di Torino e per le Olimpiadi del 2006 progettai il geoblog glocalmap.to: una piattaforma partecipativa per “scrivere storie nelle geografie”, facendo quello che Google Earth non faceva. È da qui che il performing media fa un salto di qualità, associando il community empowerment alla georeferenziazione.
Con Paesaggi Umani di Roma Plurale lavori sulle storie che restano legate ai luoghi e sulle tracce lasciate da chi li ha attraversati. Come individui le voci da far emergere e come decidi il modo più adatto per raccontarle?
Si raccolgono le storie durante i walkabout che è di fatto una radio che cammina, rivendico quindi l’approccio estemporaneo, tendiamo a non fare set giornalistici o etno-antropologici. Noi non raccontiamo, ci attestiamo tra le pieghe, evocando e ricombinando frammenti di memoria, con uno stile radiofonico che contempla anche il coinvolgimento di narratori di rango come Marco Baliani, Mariella Fabbris, Ascanio Celestini, Consuelo Ciatti.

Dopotutto narrare, nel suo etimo latino “gnarigare” che deriva da “gnoscere” (conoscere) e “igare” (da “àgere”: agire), sottende il far conoscere agendo. Non raccontiamo storie, narriamo, con un approccio che non è teatrale ma performante sì, esercitando memoria camminando, conversando e comunicando online attraverso i geopodcast delle nostre esplorazioni psicogeografiche. Ciò che facciamo con Urban Experience è quindi cercare di riconfigurare lo sguardo sui territori che attraversiamo, giocando con diverse chiavi narrative che aprano la percezione su prospettive extra-ordinarie.
Roma è una città molto raccontata, ma alcune parti della sua identità restano fuori dalle rappresentazioni più diffuse. Quali storie pensi che oggi abbiano bisogno di trovare maggiore spazio?
Tendiamo a rilevare storie disseminate tra le “pieghe” di una città che va interpretata come un organismo plurale, stratificata com’è nei millenni e nelle politiche urbanistiche dissennate.
Storie come quella dell’Asino che vola a Tordinona dove un murales ricorda la lotta per la casa in una periferia in pieno centro storico, resa tale dall’occlusione dello sguardo sul Tevere, negando l’accesso al fiume per uno dei distretti artigiani più importanti d’Europa o quella del galleggiante storico di Arazul su cui si farà un campo base per impostare la progettazione di uno spazio culturale fluviale di nuova generazione con la Sapienza-Università di Roma. Prima che la piena del 2008 lo cancellasse, il più antico galleggiante del Tevere era molto più di una piattaforma sull’acqua. Ormeggiato all’ombra di Ponte Cavour, rappresentava un modo diverso di vivere il fiume. La piena spazzò via quasi mille metri quadrati di strutture, sogni e progetti. O come nella piega urbana più emblematica della città, il Mandrione.
Il 27 settembre, durante Rome Future Week®, realizzerai la Mandrioneide con Ascanio Celestini. Di che tipo di esperienza si tratta e da quale intuizione nasce? Perché avete scelto proprio il Mandrione come luogo da attraversare insieme e quale aspetto di questo territorio vorreste rendere visibile a chi parteciperà?

Il Mandrione è uno dei luoghi più significativi di Roma anche perché è stato il più povero e il più violento. Dopo i bombardamenti del luglio 1943 a San Lorenzo centinaia di sfollati trovarono riparo tra i fornici dell’Acquedotto Felice realizzando delle baracche. Nel tempo si sviluppò tutto un sistema abitativo che accolse gli “ultimi” arrivati in città nel dopoguerra, creando uno slum lungo più di cinque chilometri fino a quello che oggi è il Parco degli Acquedotti, bellissimo oggi, brutto e pericoloso allora.
Talmente stigmatizzato che Madre Teresa di Calcutta con le sue le Missionarie della Carità scelse quel luogo per il suo primo intervento in Europa negli anni Sessanta. Si partirà in walkabout da Villa Fiorelli con Ascanio Celestini in un percorso condiviso lungo il Mandrione coinvolgendo diverse comunità territoriali di quel quadrante, ascoltando la voce di Don Sardelli, il maestro di strada degli acquedotti. NuvolaProject proietterà dei ritratti performanti con l’Intelligenza Artificiale come quelli di Papa Sisto V che realizzò nel Cinquecento l’Acquedotto Felice (si chiamava Felice Peretti) e di monsignor Raffaele Fabretti che nel Seicento studiò il sistema degli acquedotti.
Il tema di Rome Future Week® 2026 è “Materia prima”. Secondo te qual è oggi la materia prima da cui partire per comprendere Roma e accompagnarne le trasformazioni?
È l’intelligenza connettiva: quel processo che secondo me sta alla base delle nostre migliori potenzialità, il community empowerment. È un concetto che ha una sua storia. Nel 1996 a Firenze, nell’ambito di Mediartech, Derrick De Kerckhove partendo da una sua intuizione sulle “psico-tecnologie”, frutto dell’esperienza condivisa con Marshall McLuhan di cui era stato uno dei più stretti collaboratori, condusse il primo workshop di intelligenza connettiva. In questo progetto furono coinvolti autori multimediali, studenti e docenti delle diverse università toscane e del McLuhan Program di Toronto di cui De Kerckhove era direttore.
Il metodo prevedeva un’articolazione per gruppi e la configurazione di due ruoli emblematici: gli “shaker” che dovevano dinamizzare e motivare il gruppo e i “mover” che dovevano ascoltare le idee emerse nei vari gruppi e riportarle, connettendo i processi di elaborazione tra loro. È su questo principio di condivisione che si evolve l’idea di intelligenza connettiva di De Kerckhove che a differenza delle teorie di Pierre Lévy sull’”intelligenza collettiva”, esalta la dimensione combinatoria ed esponenziale del rapporto tra informazioni e relazioni. L’aspetto teorico di De Kerckhove è inscritto in quello procedurale: è nella qualità del rapporto che l’intelligenza connettiva si compie, come nel meccanismo della “commutazione a pacchetto” propria di internet che permette di trasferire dati frammentati ma concatenati in un sistema di pertinenze (il dato richiesto al server). Quel workshop lo curai io e Urban Experience nasce di fatto da quel principio attivo.
Partecipa agli eventi di Urban Experience durante la Rome Future Week®: registrati al talk Il Performing Media delle Mappe Parlanti e dei Digital Model in programma il 22 settembre e iscriviti al walkabout Mandrioneide. L’acquedotto inclusivo di Don Sardelli in programma il 27 settembre.



