Il Commodore 64 non era soltanto un computer; era un compagno di avventure, un portale verso mondi inesplorati ed una fonte inesauribile di stimoli per mettere alla prova la nostra creatività. Oggi, a distanza di 30 anni dal suo fallimento, un manipolo di illuminati imprenditori tech di Roma ha deciso di riportare la Commodore ai suoi antichi splendori.
Nel cuore di Roma, dove passato e futuro si incontrano, nasce una storia che sembra uscita da un romanzo di passione ed innovazione. Quando ero piccolo, accendere un Commodore 64, era come aprire una finestra su un nuovo mondo. C’era un senso di possibilità diffusa. I computer non erano ancora strumenti di lavoro o sorveglianza pervasiva, ma ponti verso un nuovo sapere, un’intelligenza diversa, perfino una forma di inedita creatività. Oggi, questa stessa magia si trasforma grazie a Commodore Industries, un’azienda (romana) che ha deciso di riaccendere la fiamma di un passato glorioso e di donargli nuova linfa vitale, rivisitandolo per affrontare le sfide del futuro.
Ma come si fa a rinnovare un simbolo tanto leggendario? Ho raggiunto Luigi Simonetti, Presidente e CEO di Commodore Industries, per farmi raccontare quali sono state le sfide e le oggettive intuizioni che hanno portato un manipolo di imprenditori tech a resuscitare un marchio di tale rilevanza. Come potrete leggere più avanti, nella nostra fitta conversazione, non abbiamo parlato solo di “passato”, seppur glorioso, ma anche e soprattutto di “futuro”.
Una storia travagliata
Fondata in America nel 1954 da Jack Tramiel, la gloriosa storia di Commodore inizia con la costruzione di macchine da scrivere per diventare quella grande azienda che la maggior parte di noi conosce e ricorda molto bene. Negli anni ’70, l’azienda lanciò il celebre Commodore PET, uno dei primi personal computer ad essere commercializzato in maniera capillare. Questo prodotto, dal design solido e funzionale, rappresentava un ponte tra la tradizione dell’ingegneria analogica e il nascente mondo digitale. Il PET si fece subito largo nei laboratori, nelle Università e negli ambienti di business, aprendo la strada ad una nuova era in cui la tecnologia diventava strumento essenziale per l’apprendimento e la produttività.
La svolta decisiva, però, arrivò con l’ingresso nel mercato dei personal computer. In questo periodo, prodotti come il VIC-20 e il successivo Commodore 64 conquistarono il mercato grazie a un mix di innovazione, accessibilità economica ed una strategia di marketing mirata a rendere l’informatica fruibile anche alla gente comune (chi non ricorda la memorabile campagna pubblicitaria del VIC-20, “Why buy just a video game?”, con William Shatner aka James Kirk?). Il Commodore 64, in particolare, divenne uno dei computer più venduti di sempre (oltre 17 milioni di unità vendute tra il 1982 e il 1993), stimolando la creatività e l’immaginazione di una intera generazione.
Tuttavia, il cammino di Commodore non fu sempre costellato di successi. Con l’evoluzione del mercato e l’intensificarsi della concorrenza, soprattutto da parte di giganti come IBM e Apple, la Commodore si trovò ad affrontare sfide sempre più complesse. Gli investimenti in ricerca e sviluppo e la necessità di aggiornarsi rapidamente divennero requisiti imprescindibili per mantenere il proprio vantaggio competitivo. Con il passare del tempo, la Commodore perse terreno e, nonostante i tentativi di riconquistare la scena internazionale, il marchio dovette cedere il passo a nuove forze emergenti nel mondo dell’informatica. Almeno, fino a questo momento!
Innovare con coraggio
Commodore Industries ha intrapreso un percorso coraggioso: prendere in mano un marchio che aveva bisogno di reinventarsi per dialogare con le sfide e le tecnologie del nuovo millennio. Con l’intento di coniugare il fascino del passato con le potenzialità del presente, l’azienda ha trasformato Commodore in una piattaforma dinamica. Come mi ha raccontato Luigi Simonetti, la missione di Commodore Industries è duplice: omaggiare la tradizione che ha fatto la storia dell’informatica e, al contempo, spingere verso un futuro fatto di innovazione, design futuristico e soluzioni tecnologiche all’avanguardia.
“La vera continuità di Commodore Industries con il passato non è solo nel logo o nel nome: è nel DNA. Commodore, negli anni ’70 e ’80, ha rappresentato una rivoluzione tecnologica e culturale. Ha democratizzato l’informatica, portandola nelle case di milioni di persone. Con Commodore Industries cerchiamo di fare esattamente questo: rendere la tecnologia accessibile, utile e anche fonte di ispirazione. La differenza principale è che oggi operiamo in un mondo iperconnesso, dove le sfide sono molto più complesse e i mercati più frammentati. Non ci limitiamo più all’hardware: oggi siamo un ecosistema industriale, con quattro business unit che spaziano dallo sviluppo software all’ingegneria elettronica, dal gaming all’AI. La filosofia però resta la stessa: innovare con coraggio.”
Sono convinto che, in molti, se lo stiano già chiedendo: come ha fatto Commodore Industries a portare a casa un risultato del genere? Dalle parole di Luigi Simonetti, emerge con chiarezza che centrare l’obiettivo non è stata affatto una “passeggiata”.
“Commodore è un marchio con una storia travagliata, passato di mano in mano molte volte. La nostra strategia si è basata su un’analisi approfondita del decadimento per non utilizzo dei numerosi marchi ‘Commodore’ registrati nei vari registri nazionali ed internazionali. È stato un lavoro lungo, che ha richiesto determinazione, pazienza e soprattutto una profonda competenza nella gestione delle proprietà intellettuali. Abbiamo agito in modo metodico, recuperando e consolidando i diritti a livello europeo prima, e successivamente a livello globale, fino ad arrivare ad una posizione legale forte e riconosciuta. Ma, al di là degli aspetti giuridici, la vera forza è stata la visione: non volevamo un marchio da museo, volevamo riportarlo alla vita.”
Un ponte fra passato e futuro
Dopo i fasti degli anni ’80, avevamo ancora bisogno della Commodore? Perché dovremmo preferire un “Orion Slim 15 – Gen6” ad uno scintillante MacBook Pro di ultima generazione? Qualcuno potrebbe pensare che Commodore Industries si rivolga esclusivamente ad una “ristretta cerchia di fedeli affezionati”, ma come mi ha confermato Luigi Simonetti, non tutto è come sembra.
“Commodore Industries non è un’operazione nostalgica: è una realtà industriale moderna, con visione e ambizioni ben definite. Abbiamo quattro divisioni operative: ‘Commodore Engineering’, che si occupa di ingegneria informatica ed elettronica; ‘Commodore Sinapsy’, il nostro studio di videogiochi, attivo anche nel settore del gambling; ‘Commodore Academy’, piattaforma di formazione a distanza; ‘Commodore Digital’, che lavora su Intelligenza Artificiale ed assistenti virtuali evoluti. Oggi ci rivolgiamo ad un mercato molto più ampio di quello dei nostalgici. Stiamo puntando su un ecosistema integrato in cui hardware, software e contenuti si fondano. Nei prossimi anni, vogliamo consolidare il nostro lavoro nell’AI, nel gaming ad alta tecnologia e nel settore educational. E abbiamo piani molto concreti per l’internazionalizzazione.”
Pur attingendo da un passato glorioso, i progetti di Commodore Industries sono oggettivamente stimolanti, in quanto non trascurano in alcun modo i più recenti trend tecnologici globali, come, ad esempio, l’Intelligenza Artificiale. Eppure, Luigi Simonetti ha una visione piuttosto originale a riguardo, tanto da non considerare l’AI come l’unica next big thing di cui tutti parleranno.
“L’Intelligenza Artificiale è sicuramente il motore del cambiamento attuale, ma la vera ‘next big thing’ sarà, piuttosto, la convergenza tra AI, Edge Computing e dispositivi immersivi. Stiamo andando verso un mondo in cui l’assistente virtuale non sarà più confinato nello smartphone o nel PC, ma sarà ovunque: negli oggetti, nei veicoli, nelle interfacce con cui ci muoviamo ogni giorno. E non dimentichiamo la simbiosi uomo-macchina: interfacce neurali, ambienti aumentati, digital twin… non è più fantascienza. Chi saprà integrare questi elementi in esperienze reali, concrete ed intuitive, sarà protagonista del futuro.”
Un settore in trasformazione
Non potevamo certo chiudere questo lungo viaggio nella storia dell’informatica senza almeno un accenno al Gaming, un settore su cui la Commodore ha puntato e punta ancora oggi in maniera decisa. Il suo più grande merito fu, infatti, quello di aver portato i personal computer nelle nostre abitazioni, trasformando schiere di instancabili giocatori in veri e propri esperti di informatica. Nonostante le previsioni per i prossimi anni indichino una crescita (seppur modesta) del settore globale dei video giochi, è indubbio che il progressivo aumento dei costi di produzione abbia notevolmente allungato i cicli di sviluppo dei singoli titoli e, in alcuni casi, ridotto drasticamente gli investimenti. Pur essendo necessario un cambio di approccio, Luigi Simonetti ha comunque una ricetta per affrontare la “crisi”.
“Il settore è in trasformazione. La crescita c’è, ma è più selettiva e più dura. I blockbuster AAA richiedono investimenti enormi e tempi lunghissimi, quindi vedremo sempre più studi puntare su modelli alternativi: giochi a episodi, live services, esperienze modulari o cross-platform. Nel nostro caso, stiamo puntando su un mix: da una parte lo sviluppo di IP proprietarie, dall’altra, il mondo del gambling evolution, che ha ancora enormi margini di crescita, soprattutto con l’integrazione di AI e tecnologie immersive. Chi saprà essere veloce, flessibile e creativo troverà spazio. Ma bisogna uscire dalla logica del ‘gioco come prodotto chiuso’ ed iniziare a pensarlo come servizio vivo, in costante evoluzione.”
Per perseguire questo obiettivo, quantomeno sfidante, la Commodore Industries ha ben pensato di puntare (ancora una volta!) sulla propria community, consolidando il proprio posizionamento nel settore attraverso la creazione di un progetto editoriale dedicato: Commodoriani.
“Il magazine Commodoriani nasce da una semplice domanda: ‘Chi sta dietro lo schermo?’ Volevamo raccontare storie, visioni, esperienze e prospettive di chi ha vissuto l’epoca d’oro della tecnologia, ma anche di chi la sta costruendo oggi. Il lettore tipo? Un mix affascinante. Da una parte ci sono i nostalgici, certo, ma la maggior parte dei lettori, sono professionisti, innovatori, makers, giovani sviluppatori, designer, docenti e studenti curiosi. L’idea non è solo celebrare il passato, ma creare ponti con il futuro. Per questo abbiamo scelto un taglio editoriale fresco, accessibile e stimolante, che parli tanto di storia quanto di innovazione.”
di Andrea Camerino



