Una riflessione nata a RUFA On Screen 2026 sul futuro dei linguaggi, sul ruolo degli eventi e sulla responsabilità creativa di chi entra nel mondo audiovisivo.
In questi giorni sono intervenuto a RUFA On Screen 2026, la rassegna che ha portato al Nuovo Cinema Aquila tre giornate di proiezioni, incontri e confronto tra studenti, alumni e professionisti dell’audiovisivo. Un contesto interessante, non solo per la qualità dei lavori, ma perché mette al centro una domanda che oggi riguarda tutti: che cosa significa diventare autori in un tempo in cui produrre immagini è sempre più facile?

Non riguarda solo il cinema. Riguarda la creatività in generale, la comunicazione, l’arte, perfino il modo in cui le città si raccontano. E riguarda soprattutto i più giovani, perché sono loro ad affacciarsi in un mondo dove gli strumenti si moltiplicano e l’intelligenza artificiale accelera processi che fino a poco tempo fa richiedevano tempi, costi e competenze più rigidi.
Il punto non è più soltanto saper fare, quanto piuttosto avere qualcosa di proprio dentro quello che si fa.
Produrre uno sguardo è la priorità
Un autore diventa necessario quando porta un’angolazione che non c’era. Quando riesce a farci vedere qualcosa in modo diverso. Quando mette in un lavoro un pensiero, una sensibilità, una postura riconoscibile. Più aumentano gli strumenti, più aumentano i lavori corretti, ben confezionati, piacevoli ma profondamente intercambiabili.
La domanda giusta non è “quanto sei bravo a produrre?”. La domanda è: “che cosa c’è di tuo in quello che produci?”. Perché la tecnica tende a diffondersi. Lo sguardo no. Lo sguardo resta raro.
L’AI ci mette davanti ad una responsabilità
L’AI sblocca possibilità enormi. Democratizza, accelera, permette di prototipare idee, simulare, esplorare. Sarebbe ingenuo non vederne il potenziale. Ma proprio per questo ci costringe a una domanda più radicale: se tutti possono produrre molto di più, il valore non sarà nella quantità, ma nella qualità del pensiero che guida la produzione.
Non bisogna avere paura degli strumenti nuovi. Ma non bisogna nemmeno inginocchiarsi davanti agli strumenti. Nessun modello generativo può sostituire una coscienza critica, un pensiero laterale, una forma di umanità. Più la tecnologia permette di fare tanto, più diventa importante capire perché si fa una cosa, e non solo come farla.
C’è una forma di artigianalità che oggi non è l’opposto della tecnologia. È ciò che rende umano l’uso della tecnologia. Non usare uno strumento solo per fare più in fretta, ma per arrivare più lontano.
Lo studio come costruzione di differenza
Lo studio resta decisivo. Non come esercizio scolastico, ma come allenamento alla differenza. Studiare serve a non essere solo figli dell’algoritmo, a non limitarsi a ricombinare ciò che è già stato validato dal mercato o dalle piattaforme. Serve ad avere più mondo dentro, più immaginario, più attrito. Serve a non diventare una copia efficiente di qualcosa che esiste già.
Troppi lavori oggi sono chiusi dentro un presente molto stretto, come se il repertorio simbolico disponibile fosse sempre lo stesso. Per fare un salto bisogna allargare il campo. Leggere di più, guardare di più, ascoltare cose distanti, uscire dal proprio recinto.
La tecnica è (solo) il biglietto d’ingresso
La tecnica è come la grammatica. È giusto conoscerla, è necessario allenarla, ma nessuno si ricorda di te perché sai la grammatica. Si ricordano di te per quello che ci costruisci sopra.
Quello che nel tempo fa la differenza è un’altra combinazione: cultura, relazioni, capacità di sperimentare.

La cultura, perché stratifica lo sguardo e ti rende meno prevedibile. Le relazioni, perché il lavoro creativo non è mai stato un percorso solitario, penso alle avanguardie, ai futuristi, ai manifesti artistici. Le grandi stagioni creative non sono mai nate dall’isolamento, sono nate dall’incontro. La sperimentazione, perché vuol dire non pensarsi finiti, non irrigidirsi troppo presto, non confondere la prima definizione di sé con la propria identità definitiva.
E poi c’è un fatto concreto: le opportunità arrivano nei contesti, non nel vuoto. Arrivano in un festival, in una rassegna, in una community, in una città che si attiva. Arrivano quando qualcuno ti vede, ti ascolta, capisce che sei serio, affidabile, curioso. Il punto non è solo “quanto sei bravo”, ma anche in quali contesti stai entrando e che tipo di persona sei dentro quei contesti.
Un corto non dovrebbe essere solo qualcosa che si guarda
Ed è qui che gli eventi diventano importanti. Non come vetrine, ma come dispositivi di attivazione. Un evento fatto bene è un acceleratore: un luogo dove persone, visioni e linguaggi si addensano nello stesso spazio e nello stesso tempo, e dove un’opera smette di essere un file e inizia a generare conversazioni, incontri, possibilità.

È il senso di Corti Futuri, il progetto costruito con RUFA e Rai Cinema. L’idea è semplice ma attuale: non pensare al corto come a un prodotto isolato, ma come a una scintilla capace di attraversare un evento, creare risonanza, aprire relazioni. Un corto non dovrebbe essere solo qualcosa che si guarda. Dovrebbe essere qualcosa che mette in moto.
Saper costruire intorno a un’opera un piccolo ecosistema è una competenza importante. Non è marketing. È intelligenza culturale.
Le città non si contendono solo investimenti. Si contendono immaginari
Con Rome Future Week® lavoro da anni su un’altra dimensione della stessa riflessione: il rapporto tra creatività e ecosistemi urbani. Spesso si pensa al city branding come a un’operazione di comunicazione, un logo, un claim, una campagna. Ma una città diventa attrattiva quando trasforma quel racconto in esperienza. Quando crea condizioni concrete perché qualcosa accada.
Le città oggi competono su immaginari, energie, capacità di attirare persone che vogliono creare e sperimentare. Quelle che attraggono talenti non sono solo le più efficienti. Sono quelle in cui si avverte una tensione culturale, una disponibilità al nuovo. Le città forti del futuro saranno quelle che sapranno mettere in relazione mondi diversi, cultura, impresa, formazione, tecnologia, non quelle che li tengono separati.
Le città non diventano forti solo quando si raccontano bene. Diventano forti quando riescono a far accadere cose che meritano di essere raccontate.
Costruitevi bene
Il messaggio più importante per chi entra nel mondo creativo oggi è questo: non pensate solo a come essere scelti. Pensate a quale contributo volete dare. Il mondo è pieno di persone brave ad assomigliarsi. Molto meno di persone capaci di costruire una traiettoria propria.
Non isolatevi. Create legami, alleanze, comunità di lavoro. Siate generosi intellettualmente. Il futuro del lavoro creativo sarà sempre più ibrido, collaborativo, interdipendente. Chi saprà costruire bene i contesti, oltre che le opere, avrà una forza in più.
Nei prossimi anni ci sarà moltissima produzione, moltissima accelerazione, moltissimo rumore. Ma ci sarà sempre fame di persone capaci di portare profondità, connessioni e senso.
Non cercate solo un posto nel settore. Cercate di diventare qualcuno che quel settore, nel suo piccolo, lo sposta.
di Michele Franzese, founder Rome Future Week®



