20-26 Settembre 2027, Roma

RUFA: “Il nostro centro rimane la formazione del creativo”

Tecnologie e linguaggi cambiano, così come le professioni a cui si prepara chi oggi sceglie una formazione artistica. Per RUFA, però, il punto da cui partire resta lo stesso: formare creativi capaci di leggere il presente e trovare una propria direzione dentro il cambiamento.

Ne parliamo in questa intervista con Melany Parasole, CEO di RUFA – Rome University of Fine Arts, che guida l’Accademia dopo oltre 17 anni trascorsi al suo interno e ha osservato da vicino l’evoluzione della formazione e delle aspettative delle nuove generazioni.

Il 24 settembre il Campus Ostiense della RUFA sarà anche la location di Lazio Future Land, il Future Hub di Regione Lazio che ha organizzato un open day dedicato alle opportunità e agli strumenti per l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.

Il campus di Ostiense nasce in un’ex area produttiva e oggi ospita gran parte della vita dell’Accademia. Negli ultimi anni RUFA ha iniziato anche ad aprirlo sempre di più alla città. In che modo un campus accademico può diventare parte della vita di un quartiere, invece di restare uno spazio frequentato soprattutto da chi studia o lavora al suo interno?

Melany Parasole

Fin da quando abbiamo immaginato il campus di Ostiense, abbiamo voluto che fosse qualcosa di diverso da una classica sede universitaria: non un luogo chiuso, destinato esclusivamente a chi studia o lavora al suo interno, ma uno spazio aperto, capace di entrare in relazione con il quartiere e, più in generale, con la città.

La stessa conformazione del campus ci ha aiutato a tradurre questa visione in realtà. Il grande piazzale esterno, una vera e propria agorà centrale, è uno spazio naturalmente vocato all’incontro e alla contaminazione e negli anni ha ospitato performance, proiezioni, installazioni, sfilate di moda e molti altri linguaggi della creatività contemporanea.

RUFA organizza circa 70 eventi ogni anno e, parallelamente, abbiamo scelto di aprire il campus anche a iniziative esterne e a pubblici diversi dalla nostra comunità accademica. Penso, ad esempio, all’omaggio a Claudio Coccoluto dello scorso giugno, che ha portato nel campus oltre 1.500 persone per uno spettacolo decisamente fuori dagli schemi, alle performance realizzate con il Balletto di Roma, al RUFA Culture Fest, che per una settimana rende mostre, performance e proiezioni gratuitamente accessibili al pubblico, fino alla Rome Future Week®.

Credo quindi che un campus possa diventare molto più di un luogo di formazione: può essere uno spazio di aggregazione e di produzione culturale, un catalizzatore di idee e di relazioni. E c’è un aspetto che per noi è particolarmente importante: aprire un’Accademia alla città significa permettere ai giovani creativi non soltanto di formarsi al suo interno, ma di iniziare da subito a restituire qualcosa al territorio attraverso ciò che producono, immaginano e sperimentano. È in questo scambio continuo che un campus smette di essere semplicemente una sede universitaria e diventa parte viva della città.

Partecipa all’open day di Lazio Future Land negli spazi del campus RUFA il 24 settembre durante RFW®

Il metodo RUFA si basa sul learning by doing e dedica gran parte della didattica alle attività pratiche. Oltre a questo, cos’è che caratterizza e distingue l’esperienza di chi studia con voi?

Oltre a una didattica fortemente orientata alla pratica e al learning by doing, ci sono diversi elementi che caratterizzano l’esperienza formativa in RUFA. Ne citerei soprattutto due.

Il primo è quello che definiamo il mondo “extra-diary”: un vero e proprio ecosistema di esperienze che affianca la formazione ordinaria e permette agli studenti di confrontarsi continuamente con linguaggi, discipline, professionisti e occasioni diverse. Ogni anno proponiamo circa 50 workshop multidisciplinari, un ciclo di 10 talk con esperti esterni, 9 masterclass specialistiche e oltre 70 eventi tra esposizioni, proiezioni, performance e contest. Sono attività che non consideriamo accessorie alla didattica, ma parte integrante del percorso di crescita: occasioni per sperimentare, contaminare competenze diverse, misurarsi con professionisti e, soprattutto, uscire dai confini della propria disciplina.

Il secondo elemento è l’internazionalizzazione. Oggi il 45% dei nostri studenti proviene dall’estero e la comunità RUFA raccoglie oltre 80 nazionalità. Questo significa che ogni giorno, nelle aule, nei laboratori e nei progetti, convivono sensibilità, riferimenti culturali e modi di interpretare la realtà profondamente diversi.

In un’Accademia di arte e creatività questa pluralità ha un valore straordinario, perché la formazione non avviene soltanto nel rapporto tra docente e studente, ma anche nel confronto quotidiano tra gli studenti stessi. Ognuno porta con sé una cultura, uno sguardo e un immaginario differenti e li mette inevitabilmente in relazione con quelli degli altri. Credo che questa contaminazione continua sia una delle componenti più preziose dell’esperienza RUFA e una preparazione fondamentale per chi domani lavorerà in un mondo creativo sempre più internazionale e interconnesso.

RUFA nasce come accademia legata alle arti visive e negli anni ha aperto percorsi capaci di intercettare nuovi linguaggi. Come capite quando un fenomeno è abbastanza rilevante da richiedere un nuovo percorso formativo? E come si innova l’offerta senza perdere ciò che appartiene all’identità dell’Accademia?

RUFA nasce nel 1998, che se pensiamo alla velocità con cui è cambiato il mondo negli ultimi anni possiamo quasi definire un’altra era. Sono cambiati i linguaggi, le tecnologie, le professioni creative e, inevitabilmente, anche le aspettative degli studenti e le competenze richieste dal mercato del lavoro.

Credo che una delle caratteristiche che RUFA ha saputo mantenere nel tempo sia proprio la capacità di leggere questi cambiamenti e, quando possibile, anticiparli. Siamo partiti dai percorsi più tradizionali legati alle arti visive e alla scenografia e negli anni abbiamo progressivamente ampliato la nostra offerta alla comunicazione, al design, all’animazione. Siamo stati tra le prime Accademie a sviluppare un corso di laurea in Cinema pensato per formare inizialmente un professionista a 360 gradi, senza costringerlo a scegliere da subito una singola specializzazione, fino ad arrivare ai percorsi più recenti in Fashion Design e Game Art.

Capire quando un fenomeno è abbastanza rilevante da diventare un percorso formativo significa, prima di tutto, saper ascoltare. C’è l’ascolto degli studenti e delle loro aspirazioni, il rapporto costante con le Istituzioni, ma soprattutto un confronto diretto e continuo con professionisti e aziende partner. È da questo dialogo che riusciamo a comprendere quando un nuovo linguaggio non rappresenta semplicemente una tendenza del momento, ma sta generando competenze, professioni e opportunità destinate a consolidarsi.

Allo stesso tempo, innovare non significa rincorrere ogni novità. Gli strumenti cambiano, i linguaggi evolvono, nascono nuove professioni, ma il nostro centro rimane la formazione del creativo. È questa, credo, la continuità più profonda con l’identità di RUFA: conservare la solidità della formazione artistica e progettuale e, allo stesso tempo, avere il coraggio di portarla dentro il presente e, quando riusciamo, un po’ più avanti.

Leggi anche l’intervista a Fabio Mongelli, Direttore della RUFA

L’intelligenza artificiale, in questo senso, è già entrata nella vostra offerta formativa fino a diventare parte di una laurea magistrale dedicata alla Creative AI. Che cosa insegnate agli studenti sul suo utilizzo e come stanno rispondendo? Avete visto crescere anche da parte loro una domanda specifica di formazione su questi strumenti?

Come accade di fronte a ogni grande innovazione, l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale ha generato curiosità, entusiasmo, ma anche molti interrogativi. È naturale interrogarci sui benefici e sui rischi di un’evoluzione così rapida, soprattutto quando entra in un ambito, quello creativo, che siamo abituati a considerare profondamente umano.

La posizione di RUFA è stata chiara fin dall’inizio: l’AI non può e non deve sostituire l’idea creativa, il pensiero critico, la sensibilità e la capacità di visione di una persona. Può però diventare uno strumento straordinariamente potente nelle mani di chi possiede queste qualità. Può velocizzare attività che prima richiedevano molto tempo e molte risorse, ampliare enormemente le possibilità della ricerca, diventare uno spazio nel quale generare bozze, esplorare alternative e sviluppare intuizioni da trasformare poi in un progetto consapevole.

Per questo abbiamo scelto di non trattarla come un fenomeno separato, ma di integrarla progressivamente nei diversi percorsi accademici: dalla post-produzione fotografica alla renderizzazione 3D, dal video alla progettazione visiva e multimediale. Parallelamente abbiamo sentito l’esigenza di compiere un passo ulteriore, progettando un percorso specificamente rivolto alle professionalità che stanno nascendo dall’incontro tra creatività e tecnologia.

Da qui nasce la nuova laurea magistrale in Multimedia Design e Creative AI, nella quale l’Intelligenza Artificiale diventa un vero asset del workflow progettuale applicato a immagini, video, suono e design. Gli studenti imparano a lavorare con dataset, algoritmi di machine learning e sistemi generativi, ma anche con physical computing, realtà aumentata e virtuale, fino alla progettazione di installazioni interattive, musei immersivi, performance audiovisive e scenografie digitali capaci di reagire all’ambiente e ai dati in tempo reale.

E da parte degli studenti vediamo una curiosità crescente, accompagnata dalla richiesta di capire non soltanto come utilizzare questi strumenti, ma come governarli. Credo che sia proprio questo il compito della formazione oggi. Non possiamo formare i creativi del futuro ignorando l’AI, ma non possiamo neppure limitarci a insegnare loro a utilizzarla tecnicamente. Dobbiamo dare loro gli strumenti culturali, critici e progettuali per decidere cosa affidare alla tecnologia e cosa, invece, deve continuare ad appartenere alla visione umana.

RUFA ha una comunità sempre più internazionale e fa parte di reti che mettono in relazione scuole creative di Paesi diversi. Per Roma questo significa anche attirare persone che scelgono la città per formarsi. Secondo lei, quanto riesce oggi Roma a trasformare questa capacità attrattiva in una reale opportunità di permanenza? E che cosa manca perché chi si forma qui possa immaginare di costruire qui anche il proprio percorso professionale?

Roma possiede una capacità attrattiva straordinaria, soprattutto per chi sceglie di formarsi nelle arti, nel design e nelle discipline creative. Lo vediamo direttamente in RUFA: oggi il 45% dei nostri studenti è internazionale e la nostra comunità accoglie giovani provenienti da oltre 80 Paesi. Per molti di loro Roma non è soltanto la città in cui studiare, ma è parte stessa della scelta formativa: il patrimonio artistico e culturale, la stratificazione di linguaggi, la storia, ma anche la vitalità contemporanea della città rappresentano un valore difficilmente replicabile altrove.

Credo però che oggi la vera sfida non sia soltanto attrarre talenti, ma riuscire a trattenerli. E su questo Roma ha ancora un potenziale enorme da esprimere.

Perché un giovane che si forma qui possa immaginare di costruire qui anche il proprio futuro professionale, è necessario rendere più forte e soprattutto più visibile il collegamento tra formazione, imprese, istituzioni e industrie creative. Servono occasioni concrete per trasformare le competenze in lavoro, progetti e impresa, spazi nei quali sperimentare, maggiore accessibilità alle opportunità e una rete capace di accompagnare i giovani nel passaggio dalla formazione alla professione.

C’è poi un tema molto concreto che osserviamo quotidianamente con i nostri studenti internazionali: la barriera linguistica. Nonostante molti giovani arrivino a Roma con un’ottima formazione e competenze pienamente spendibili, incontriamo ancora aziende poco disponibili ad accogliere studenti o tirocinanti che lavorano prevalentemente in inglese.

È comprensibile che la conoscenza dell’italiano rappresenti un valore e noi stessi incoraggiamo i nostri studenti internazionali ad acquisirla, ma credo che il processo debba avvenire in entrambe le direzioni. Se vogliamo che Roma sia realmente una città internazionale, anche il suo sistema professionale deve diventare progressivamente più internazionale e inclusivo dal punto di vista linguistico. Altrimenti rischiamo di essere molto bravi ad attrarre talenti da tutto il mondo durante gli anni della formazione e meno bravi a offrire loro le condizioni per restare.

Come Accademia sentiamo molto questa responsabilità e cerchiamo di creare quel collegamento già durante il percorso di studi, mettendo gli studenti in relazione con professionisti, aziende, istituzioni e opportunità progettuali reali. Ma è un lavoro che acquista molta più forza quando diventa un obiettivo condiviso dal territorio.

In questo senso credo che iniziative come Lazio Future Land siano particolarmente interessanti: mettono nello stesso luogo giovani, formazione, istituzioni, imprese e strumenti concreti per costruire il proprio futuro. 

Roma possiede già gran parte della materia prima necessaria: talenti, cultura, creatività e una capacità unica di attrarre persone da tutto il mondo. La sfida è costruire intorno a questa materia prima un ecosistema che permetta ai giovani non soltanto di scegliere Roma per formarsi, ma anche di scegliere di restare per costruire.

Durante Rome Future Week® il campus di Ostiense ospiterà Lazio Future Land, l’hub dedicato alle opportunità di lavoro e agli strumenti messi a disposizione dalla Regione Lazio, a partire da bandi e fondi europei. È un programma che, almeno in apparenza, sembra distante dal mondo di un’accademia d’arte. Perché avete scelto di portare questo confronto dentro RUFA?

Siamo molto onorati che la Regione Lazio abbia scelto RUFA e il nostro campus per ospitare Lazio Future Land. Quando ci è stato proposto, abbiamo riconosciuto immediatamente una forte condivisione di obiettivi: mettere in relazione studenti, giovani professionisti e creativi, imprese culturali e creative, startup, persone in cerca di nuove opportunità professionali o di riqualificazione, aziende e operatori del territorio.

In realtà, quindi, questo programma è molto meno distante dal mondo di un’Accademia di quanto possa sembrare. Crediamo che il nostro compito non sia soltanto formare competenze, ma anche aiutare i giovani a comprendere quali opportunità esistono intorno a loro e fornire gli strumenti per potervi accedere. Bandi, fondi europei e strumenti istituzionali possono apparire complessi o lontani, soprattutto a chi si affaccia per la prima volta al mondo professionale. Portarli dentro un campus significa renderli più accessibili e comprensibili, anche attraverso la voce e l’esperienza di chi quelle opportunità le ha già utilizzate, trasformandole da documenti, sigle e procedure in persone, esperienze e progetti concreti.

È una filosofia molto vicina a quella che ogni anno anima il RUFA Career Day, quando per un’intera giornata il nostro campus diventa un hub di incontro tra studenti, alumni e aziende, ma anche uno spazio di confronto con le istituzioni attraverso panel dedicati ai cambiamenti del mercato e alle opportunità professionali del futuro.

Ecco perché ci siamo trovati immediatamente allineati con Lazio Future Land. Se vogliamo che i giovani trasformino talento e competenze in un percorso professionale, non basta formarli: dobbiamo anche avvicinarli agli strumenti, alle persone e alle opportunità che possono consentire loro di realizzare le proprie idee. E credo che un’Accademia sia esattamente uno dei luoghi in cui questo incontro deve avvenire.

Leggi anche l’intervista a Emanuele Cappelli, direttore del RUFA Contest

Lei lavora in RUFA da oltre 17 anni e oggi la guida come CEO. Ha quindi osservato da vicino generazioni diverse entrare in Accademia con aspettative probabilmente molto cambiate nel tempo. Qual è il cambiamento che le è rimasto più impresso nel modo in cui i giovani immaginano oggi il proprio futuro creativo?

In questi anni ho visto cambiare molto velocemente il modo in cui i giovani si avvicinano alla formazione e immaginano il proprio futuro, con un’accelerazione particolarmente evidente negli ultimi anni, probabilmente anche per effetto della pandemia e dell’evoluzione delle nuove tecnologie.

Rispetto al passato vedo ragazzi molto più consapevoli e informati, ma allo stesso tempo anche più preoccupati rispetto al futuro. Fino a otto o dieci anni fa, chi arrivava da noi per orientarsi dopo la scuola superiore spesso conosceva ancora poco il sistema universitario e le possibilità formative a disposizione. Oggi incontriamo studenti che hanno già raccolto moltissime informazioni, confrontato percorsi, esplorato professioni e opportunità e che, molto spesso, hanno già un’idea piuttosto precisa della direzione che vorrebbero intraprendere.

Questa maggiore consapevolezza, però, porta con sé anche una maggiore pressione. I ragazzi hanno davanti molte più possibilità, ma sono anche continuamente esposti al confronto, vedono un mondo professionale estremamente competitivo e percepiscono la velocità con cui competenze e professioni cambiano. Alla convinzione di sapere dove vorrebbero arrivare si accompagna quindi più frequentemente la paura di non riuscirci, di non essere abbastanza preparati o all’altezza delle proprie aspettative.

Forse è proprio questo il cambiamento che mi ha colpito di più: vedo una generazione che sembra sapere molto prima dove vuole andare, ma che ha molta più paura di non riuscire ad arrivarci. E credo che oggi il compito di un’istituzione formativa sia anche questo: non soltanto fornire competenze, ma aiutare i giovani a trasformare quella consapevolezza in fiducia, dando loro gli strumenti per affrontare un futuro che sarà inevitabilmente meno lineare di quello che immaginiamo.

Il tema di Rome Future Week® 2026 è “Materia Prima”, quella spinta invisibile che dà forma alle idee e le trasforma in qualcosa di concreto. Qual è, secondo lei, la materia prima che i giovani creativi dovrebbero coltivare oggi pensando al proprio futuro?

Per me la materia prima è ciò che viene prima dello strumento: la sensibilità creativa, lo spirito critico, l’immaginazione, la capacità di avere una visione.

E trovo particolarmente potente parlare oggi di “materia”, proprio in un momento storico in cui una parte sempre più grande della nostra vita, del lavoro e persino della creatività sembra diventare digitale, immateriale, mediata dalla tecnologia.

Gli strumenti continueranno a cambiare, probabilmente a una velocità che oggi facciamo persino fatica a immaginare. Alcune competenze diventeranno obsolete, altre nasceranno, e l’Intelligenza Artificiale ci permetterà di fare cose che fino a pochi anni fa sembravano impossibili. Ma nessuna tecnologia può dirci, al posto nostro, che cosa vale la pena immaginare.

Per questo credo che i giovani creativi debbano coltivare soprattutto la propria capacità di osservare, interrogare ciò che hanno intorno e immaginare ciò che ancora non esiste. La tecnologia può moltiplicare enormemente le possibilità della creatività, ma la materia prima continuerà a essere umana. Ed è dalla qualità di quella materia prima che dipenderà la qualità del futuro che saremo capaci di costruire.

Partecipa all’open day di Lazio Future Land negli spazi del campus RUFA il 24 settembre durante RFW®

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