21 - 27 Settembre 2026, Roma

Abitare la tecnologia per restare umani

Oggi che parlare di intelligenza artificiale implica spesso l’associazione immediata ai concetti di velocità, efficienza e produttività, c’è chi prova a spostare lo sguardo. Non tanto sulle promesse della tecnologia, ma sul modo in cui può cambiare il mondo in cui pensiamo e scegliamo di agire.

Carla Benedetti parte da questa soglia. Dopo una vita professionale dedicata allo sviluppo delle persone, ha fondato TH-Habitat per costruire uno spazio in cui tecnologia e umanità possano convivere ed evolvere insieme. Un “community lab”, come lo definisce, dove i processi di crescita – dal coaching al mentoring, fino alla formazione – vengono riletti alla luce dei dati e dell’intelligenza artificiale, senza perdere di vista ciò che è autenticamente umano.

Perché se è vero che l’AI non è mai neutra, non è nemmeno una minaccia da temere. Anzi, per Benedetti è uno strumento che amplifica ciò che siamo, nel bene e nel male. Che può aiutarci a diventare più consapevoli, a farci (e a fare) domande migliori, e a leggere meglio le dinamiche interpersonali. Ma solo a una condizione: quella di mantenere la giusta distanza, salvaguardando il senso critico e di responsabilità che ci contraddistingue.

TH-Habitat nasce nel 2020 dall’incontro tra “Technology” e “Humanity” e si definisce come community lab. Ci spieghi meglio cosa significa e da quale intuizione è nato il progetto?

Carla Benedetti, Founder & CEO – TH-Habitat

Mi sono occupata di sviluppo delle persone durante tutto la mia vita professionale e nel 2015 ho iniziato a interessarmi e a esplorare l’Intelligenza Artificiale. Era evidente che questa sarebbe entrata nelle nostre vite e da lì ho iniziato a studiare il suo impatto su di noi, sui nostri comportamenti e anche sulle nostre fragilità. TH-Habitat è pensata dalla sua origine come un community lab, un laboratorio in cui persone con interessi diversi possano sviluppare insieme progetti ancora più potenti. Un laboratorio in cui si possa individuare bisogni e realizzare soluzioni.

TH-Habitat tiene insieme piattaforme come THeach e THeachAI, percorsi di coaching, mentoring e formazione. Raccontaci meglio cosa fate: quali prodotti e servizi offrite, a chi vi rivolgete e in quali contesti trovano applicazione?

THeach è stata la prima app che abbiamo sviluppato. Nella mia esperienza di business coach e mentor, vedevo la difficoltà per i coach di misurare l’efficacia del proprio coaching e monitorare i propri progressi. THeach analizza le sessioni di coaching e genera un feedback data-driven in linea con le competenze della International Coaching Federation. È arrivata negli store a luglio 2022 qualche mese prima della valanga generata da ChatGPT. Ora è una API disponibile per chi desidera integrarla in altre piattaforme.

THeachAI è l’evoluzione. Una piattaforma data-driven che integra tutti i processi di sviluppo delle persone: mentoring, coaching, training e feedback finalmente raccolti in un’unica piattaforma insieme a una serie di agenti AI verticali che supportano in varie aree di sviluppo. Grazie alla centralizzazione dei dati la piattaforma risolve l’antico problema della frammentazione. 

Siamo un team di esperti che si avvale anche di collaboratori esterni il che ci permette di offrire anche servizi di consulenza, coaching e formazione

Insomma una softskill house dove trovare la soluzione più adatta alle esigenze dell’azienda. Ci rivolgiamo alle organizzazioni, perché possono creare un impatto positivo più velocemente. Non importa il settore o la dimensione, in ogni azienda ci sono persone che vogliono crescere e trovare uno scopo in quello che fanno.

Nel tuo lavoro torna spesso l’idea della tecnologia come mezzo e l’umanità come fine. In un momento in cui l’innovazione sta accelerando come forse non mai prima d’ora, come si fa a non perdere questa gerarchia?

Bellissima domanda. Una cosa che ho sempre riscontrato io per prima con me stessa e nelle collaborazioni e in 20 anni di coaching: ci sono delle qualità strettamente umane come l’empatia, la capacità di connettersi, l’ascolto, che ci rendono diversi dalle macchine. Un’IA non ha il senso di sé, non sa cosa significa quello che genera, sono solo dati e proprio per questo il nostro essere umani può diventare la nostra fragilità. Mi spiego meglio. I nuovi modelli di IA capaci di imitare il nostro linguaggio naturale, la nostra voce, sembrano capire chi siamo, di cosa abbiamo bisogno. Di fronte a macchine apparentemente sempre più simili a noi, diventa molto difficile per noi distaccarci. Ci scopriamo esposti, forse indifesi. Per questo è importante mantenere la giusta distanza, evitare di umanizzare le macchine, i robot. Restare rispettosi nelle interazioni con loro, perché non vogliamo indurirci. Ricordarci che quella ricerca di senso, che à la nostra unicità, può portarci molto lontano anche grazie all’IA. 

Hai detto che l’intelligenza artificiale può aiutarci a diventare più consapevoli. In che senso la tecnologia può diventare uno strumento di conoscenza di sé?

Pensiamo ai prompt. Grazie alla necessità di ricevere un output utile, le persone stanno imparando a fare domande più efficaci. Averne consapevolezza significa che possiamo portare questa nuova abilità nella vita di tutti giorni, nelle nostre relazioni personali e professionali.

Come coach, la prima cosa che si impara è il valore delle domande, perché ci permettono di esplorare ciò che non sappiamo ancora di sapere. Ecco, la risposta di un AI al nostro prompt è un feedback immediato all’efficacia della nostra domanda. È un esempio, e penso anche a tutti i sistemi data-driven che permettono di rendere concreto e misurabile anche quello che sembra intangibile, ci permettono di fare chiarezza nella confusione.

Abbiamo una grande opportunità di crescere anche nelle nostre qualità umane, ma dobbiamo volerlo fare. La piattaforma THeachAI ha proprio questo scopo: offrire uno spazio di crescita che grazie all’IA non si limita a  “misurare” le persone e le loro competenze, ma permette di crescere in maniera sistemica e responsabile come individui, come team, come organizzazioni. 

Molte organizzazioni, soprattutto nei contesti di formazione e sviluppo, dichiarano di mettere “la persona al centro”, ma nei fatti continuano a trattarla come mero capitale umano. Da dove nasce questo scarto tra narrazione e realtà, secondo te?

Perché occuparsi di persone è difficile. Anche quando ci sono buone intenzioni si finisce per creare processi slegati, spesso con un approccio top- down. Mettere davvero al centro le persone significa anche accettare di dare fiducia, di perdere un po’ di controllo. Occorre averne le capacità che non nascono automaticamente dal ruolo che si ricopre. La buona notizia è che è difficile, ma possibile. L’Intelligenza Artificiale e la tecnologia ci vengono in aiuto, come ho detto prima. L’importante è non delegare alle macchine le decisioni, pensando di facilitare i processi. Le macchine possono sbagliare, anche le migliori.

Nel dibattito pubblico l’IA è spesso raccontata come rischio o come promessa, ma esiste anche una posizione più intermedia, legata alla responsabilità d’uso. Cosa significa “saper usare bene” questa tecnologia?

Intanto cominciando a non pensarsi esperti. Ormai vedo ovunque persone che parlano di IA come fosse il loro pane quotidiano. La semplicità d’uso purtroppo ci fa sembrare tutto semplice. In realtà, credo sia essenziale continuare a studiare, a conoscersi, a pensare. Coltivare la curiosità e mantenere quella giusta distanza che ci permette di restare critici. Non basta sapere come funziona uno strumento, occorre avere le idee chiare su cosa vogliamo realizzare con esso. Insomma l’IA non ci rende più competenti, ma ci aiuta a far emergere la nostra competenza. Ci può sostituire, in tante attività evidentemente, ma non in tutte. Penso che cominciare a identificare in cosa un’ IA non può sostituirci, può essere un primo passo.  

Quale cambiamento o trasformazione ti sembra più sottovalutato, oggi, nel rapporto tra esseri umani e tecnologia? E quale, al contrario, stiamo sopravvalutando? 

Mi sembra non ci sia ancora un vero ponte tra ricerca e business. A parte i temi Ambiente, Spazio, Salute, Fintech, ho la sensazione che per tanti aspetti della vita quotidiana e nel mondo del lavoro si ragioni esclusivamente in termini di produttività, spesso in maniera frammentaria.  Molte aziende si stanno impegnando nel dare valore al benessere delle persone e questo è un punto importante, anche se ancora con una visione top-down. 

Ma sono sicura che ci si arriverà. È inevitabile, dobbiamo imparare a velocizzare la nostra evoluzione come umani, ancora molto lenta, altrimenti non staremo al passo con quella della tecnologia. 

Hai fondato la tua startup tech a 60 anni, in un contesto come quello dell’innovazione che tende a valorizzare soprattutto velocità e giovinezza. Nel 2024 GammaDonna ti ha inserita tra le 50 donne più innovative d’Italia. Le domande sono diverse: che tipo di sguardo porta oggi l’esperienza dentro il mondo dell’innovazione? E cosa ha significato per te questo percorso? Infine, che messaggio daresti a chi pensa che innovare sia legato solo all’età o all’avere un background tecnico?

Ho fondato la startup quando pensavo che fosse necessario. Sono stata una professionista indipendente tutta la mia vita, con uno spirito imprenditoriale. Poi durante l’epidemia di Covid mi sono detta: “d’accordo, credo di aver fatto nel mio piccolo qualcosa di buono, di essere stata anche utile, ma cosa rimane?”. E ho deciso di costruire qualcosa di più grande, un progetto ambizioso che affrontasse la nostra relazione con l’IA.

Non potevo farlo da sola, così ho fondato una tech startup, è stato un passaggio naturale. Sapevo che avrei incontrato difficoltà: solo founder, donna, sono ancora poche e ricevono pochissimi investimenti, e in più una non tech che vuole sviluppare soluzioni AI-driven. Una bella sfida. Ma non avrei immaginato che l’età potesse essere un ostacolo. E invece, purtroppo, anche il mondo dell’innovazione ha i suoi pregiudizi. Però si può fare. Diciamo che io sono partita dalla mia esperienza. Quello che avevo immaginato di costruire, una persona di vent’anni non poteva immaginarlo, semplicemente perché non ne vede l’esigenza. Ho dovuto imparare come parlare a un team tech, le dinamiche dell’ecosistema startup, il linguaggio. Porto un progetto molto innovativo per il mondo HR, questa è la vera sfida. E dopo cinque anni, che sembrano venti, sono ancora viva e non è poco. Non ho avuto ancora la fortuna di incontrare il mio mentor, quella figura leggendaria che ti prende sotto la sua ala protettiva perché punta su di te, ma sono sicura che esiste e prima o poi la o lo incontrerò. Spero prima.

Per chi vuole fare impresa, dico andate avanti. Le difficoltà, i no che si ricevono, aiutano a fare meglio. E ricordate di prendervi cura di voi stessi, perché ci vuole un fisico bestiale. A chi pensa che la startup sia una cosa da giovani e tech, che posso dire, parliamone. 

Guardando al futuro, come immagini l’evoluzione del rapporto tra persone, organizzazioni e intelligenza artificiale?

Penso siamo a un punto di svolta. È una mia percezione, potrei sbagliare, ma credo davvero che se non ci impegniamo individualmente prima, e poi come organizzazioni nel darci delle linee guida ed etiche nell’uso dell’IA, sarà difficile. Se non cresciamo come persone, perderemo un’opportunità, perché l’IA non aspetta e soprattutto, non si pone domande. Ci sono cicli, fasi, ora siamo in un momento di transizione complesso, ma io credo fortemente nell’umanità, comunque, e quindi sono ottimista. 

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