C’è un modo facile per raccontare i 22,9 milioni di arrivi e i 52,9 milioni di presenze del 2025. Tirare fuori i grafici, sottolineare che sono numeri mai visti, e attribuire tutto al Giubileo. Fine della storia.
Ma sarebbe una lettura pigra. E soprattutto sbagliata.
Perché se Roma ha gestito un anno in cui si sono sovrapposti l’Anno Santo, la morte e i funerali di un Papa, un Conclave e una pressione mediatica globale senza precedenti – ed è uscita non solo in piedi ma rafforzata – non è per caso. È perché qualcosa di strutturale è cambiato nel modo in cui questa città funziona.
Il vero cambiamento: Roma ha imparato a parlarsi
Per anni il turismo romano è stato governato dalla somma di interessi separati. L’albergatore pensava alla sua occupazione, il Comune alle sue emergenze, le istituzioni culturali ai loro visitatori. Ognuno ottimizzava il proprio pezzo, senza una regia.
Quello che è successo negli ultimi tre anni è diverso. C’è stata una progressiva costruzione di relazioni tra chi prima non si parlava. Gli albergatori hanno iniziato a ragionare come sistema, non come singoli operatori. Il Comune ha aperto tavoli veri, non solo di facciata. Le associazioni di categoria hanno smesso di fare solo lobby difensiva e hanno iniziato a proporre visioni.
Il risultato non è stato un miracolo, ma qualcosa di più solido: una capacità di coordinamento che si è vista nei momenti di stress. Quando in cinque giorni Roma ha dovuto gestire l’arrivo di 250.000 persone per i funerali papali, con capi di stato, sicurezza da evento mondiale e una città già piena per Pasqua, il sistema ha tenuto. E ha tenuto perché c’era un tessuto di relazioni costruito prima.
Il Giubileo ha accelerato un fenomeno preesistente
C’è un dato che racconta bene questa storia: nel primo semestre 2025, prima ancora dei grandi eventi dell’autunno giubilare, gli arrivi dall’estero erano già cresciuti del 38,8% rispetto all’anno precedente. Roma stava correndo già. Il Giubileo ha dato benzina a un motore che era già acceso.
Questo non significa sminuire l’Anno Santo. Il Giubileo è stato un acceleratore formidabile, un catalizzatore di investimenti – oltre 1,7 miliardi tra fondi dedicati e PNRR – e un palcoscenico globale. Ma la differenza rispetto ai Giubilei precedenti è che questa volta Roma ci è arrivata preparata.
Le aperture dei grandi hotel – l’Orient Express alla Minerva, il Romeo di Zaha Hadid, il Nobu in Via Veneto, il Corinthia nell’ex Banca d’Italia – non sono capitate per caso nel 2025, sono invece il risultato di decisioni prese anni prima, di investitori che hanno scommesso su una città in trasformazione.
La competizione sana che fa bene a tutti
Quando arriva un Orient Express o un Rosewood, non toglie clienti agli hotel esistenti. Alza l’asticella. Costringe tutti a migliorare, porta attenzione internazionale, attrae un segmento di viaggiatori che prima andava altrove.
Roma oggi è seconda al mondo, dopo Londra, per nuove aperture di hotel a cinque stelle. I grandi gruppi dell’hospitality internazionale non investono centinaia di milioni in città che non hanno prospettiva, ma hanno scommesso su Roma perché hanno visto che qualcosa stava cambiando. E questa competizione virtuosa ha un effetto a cascata: anche gli hotel a quattro stelle si ristrutturano, anche i ristoranti alzano il livello, anche i servizi migliorano semplicemente perché è il mercato che lo chiede.
La gestione intelligente: il caso Fontana di Trevi
C’è un esempio che racconta bene il nuovo approccio di Roma al turismo. Per anni si è discusso di come gestire la Fontana di Trevi, sommersa da folle incontrollabili, degrado, borseggi. Tutti a lamentarsi, nessuno che decideva.
Nel 2025 è arrivato il ticket di accesso. Due euro per i non residenti, prenotazione obbligatoria per la parte bassa del monumento. I catastrofisti prevedevano crolli di visitatori e polemiche infinite.
Risultato: 9 milioni di ingressi in un anno, 6,5 milioni di euro di entrate reinvestite nel monumento, esperienza di visita radicalmente migliorata, degrado azzerato. Non si è scoraggiato nessuno: si è governato un flusso che prima era abbandonato a sé stesso.
Questo è il cambio di paradigma. Roma non “accoglie e basta”, come faceva prima, ma gestisce, orienta e sceglie.
Cosa manca ancora: raccontare l’altra Roma
C’è però un pezzo di lavoro che resta da fare, ed è quello che ci riguarda più da vicino.
Roma oggi viene ancora raccontata, e visitata, attraverso una lente troppo stretta. Colosseo, Fontana di Trevi, Vaticano, Piazza di Spagna: un circuito turistico che si replica identico da decenni, che concentra milioni di persone in pochi chilometri quadrati, e che restituisce un’immagine parziale di quello che la città è davvero.
La verità è che Roma è una delle metropoli più diverse d’Europa. Ogni quartiere ha una sua identità, una sua storia e una sua offerta. Testaccio non è Trastevere, non è il Pigneto, non è l’EUR e non è Ostiense. Ma chi arriva da fuori questo non lo sa, perché nessuno glielo racconta.
E c’è un altro pezzo di racconto che manca: Roma non è solo una città dove venire a vedere cose ma è una città dove si possono fare cose. Dove ci sono imprese che innovano, ecosistemi che si stanno formando, eventi che portano contenuto e non solo intrattenimento.
Noi, con Rome Future Week®, proviamo a costruire questa narrazione. Un festival diffuso in tutta la città, in cui ogni quartiere ospita eventi, in cui i visitatori sono invitati a spostarsi, a esplorare, a scoprire cosa offre. E in cui l’innovazione tecnologica, sociale e culturale è il motivo per cui si viaggia per raggiungere Roma, non solo per la sua cornice.
La prossima sfida: il turismo che crea valore
I numeri del 2025 sono straordinari, ma i numeri da soli non bastano.
Il dato che dovrebbe farci riflettere è questo: nonostante l’aumento record degli arrivi, la spesa giornaliera media del turista è calata del 10%. Più persone, ma che spendono meno. Più pressione sulla città, meno valore generato pro capite.
Non è un problema del Giubileo in sé, è un segnale che ci dice dove concentrare le energie per il futuro. Roma deve attrarre non solo più turisti, ma turisti che restano più a lungo, che esplorano più quartieri, che tornano. E deve attrarre viaggiatori che vengono per lavoro, per eventi, per business, non solo per vacanza.
Perché una città che dipende solo dal turismo leisure, concentrato in un fazzoletto di strade, è una città fragile. Una città che è anche destinazione per chi fa impresa, per chi cerca ispirazione, per chi vuole incontrare persone e idee, è una città che regge meglio gli urti.
I record del 2025 ci dicono che la macchina funziona. La domanda adesso è: verso dove la facciamo correre?



