20-26 Settembre 2027, Roma

Oltre l’AI, il futuro delle organizzazioni passa dalla consapevolezza

Mentre l’intelligenza artificiale entra sempre più nei processi di lavoro, cambia anche il valore delle competenze che restano profondamente umane: ascolto, consapevolezza emotiva, capacità di relazione e di scelta.

Ne abbiamo parlato con Silvia Bergantin, Business Coach & Corporate Trainer di Coach4You, a partire dal workshop “Il potere delle emozioni oltre l’AI”, in programma il 24 e il 25 settembre durante Rome Future Week® 2026.

Che cosa resta di umano mentre l’IA entra sempre più nei processi di lavoro? 

Silvia Bergantin

Più l’intelligenza artificiale entra nei processi lavorativi, più diventano importanti quelle competenze che riguardano la capacità di comprendere noi stessi e le persone con cui lavoriamo. 

Parliamo di consapevolezza emotiva, ascolto, empatia, capacità di comunicare, gestione dei conflitti, adattabilità e capacità di prendere decisioni consapevoli. 

L’AI può elaborare una quantità enorme di informazioni e supportarci in moltissime attività, ma il punto per noi non è creare una competizione tra essere umano e tecnologia. La domanda interessante è un’altra: 

“Se l’intelligenza artificiale diventa sempre più intelligente, quanto stiamo diventando consapevoli noi?” Ed è proprio sulla consapevolezza che vogliamo lavorare durante il workshop. 

Ogni giorno prendiamo decisioni pensando spesso che siano esclusivamente razionali, mentre siamo continuamente influenzati dal modo in cui interpretiamo ciò che accade e dalle emozioni che ne derivano. 

Pensiero → Emozione → Azione → Risultato. 

Imparare a osservare questo processo significa comprendere meglio perché reagiamo in un determinato modo e, soprattutto, iniziare a scegliere consapevolmente la nostra risposta. 

Partecipa agli eventi di Coach4you il 24 e il 25 settembre durante Rome Future Week®

Dove nasce la distanza tra trasformazione tecnologica e trasformazione organizzativa? 

Uno degli errori che vediamo è pensare che introdurre una nuova tecnologia significhi automaticamente innovare un’organizzazione. La tecnologia può essere implementata rapidamente. Le persone, invece, hanno bisogno di comprendere, adattarsi, sperimentare e trovare un significato nel cambiamento. 

Una trasformazione genera inevitabilmente emozioni: curiosità ed entusiasmo, ma anche paura, resistenza, insicurezza o la sensazione di perdere competenze e punti di riferimento. Se questa dimensione viene ignorata, possiamo avere un’organizzazione tecnologicamente avanzata ma persone che non sono realmente entrate nel cambiamento. 

La nostra esperienza professionale, maturata anche vivendo e lavorando all’estero e all’interno di contesti internazionali e multinazionali, ci ha mostrato quanto questo aspetto sia importante. In ambienti multiculturali lo diventa ancora di più: persone con esperienze e background differenti possono interpretare lo stesso cambiamento, la stessa comunicazione o la stessa decisione manageriale in modi completamente diversi. Per questo trasformazione tecnologica e trasformazione umana devono procedere insieme. 

Ha ancora senso parlare di “soft skill”? 

La definizione “soft skill” rischia oggi di essere fuorviante, perché può far pensare a competenze secondarie o accessorie. Noi le consideriamo competenze essenziali. 

Possiamo avere competenze tecniche straordinarie, strumenti avanzatissimi e accesso all’AI, ma continuiamo ad avere bisogno di persone capaci di comunicare, collaborare, dare e ricevere feedback, affrontare un conflitto, prendere decisioni e guidare altre persone. 

Un manager può avere una grandissima preparazione tecnica, ma se non riconosce il proprio stato emotivo prima di affrontare una conversazione difficile, quell’emozione può influenzare il tono, le parole utilizzate e la relazione con il collaboratore. E questo può avere conseguenze molto concrete sul team. 

Per questo la consapevolezza emotiva, ascolto e leadership non sono accessori della performance: contribuiscono a determinarla. Più automatizziamo le competenze tecniche, più le capacità profondamente umane possono diventare un elemento distintivo nelle organizzazioni. 

Qual è la differenza tra riconoscere e comprendere un’emozione? 

È una distinzione fondamentale. Un sistema può analizzare il linguaggio, il tono della voce, un’espressione o altri segnali e individuare pattern compatibili con determinati stati emotivi. Ma riconoscere un segnale emotivo non equivale necessariamente a vivere e comprendere l’esperienza che c’è dietro quell’emozione. 

Anche tra esseri umani accade continuamente. Possiamo vedere una persona arrabbiata e fermarci all’etichetta “rabbia”. Ma dietro quella rabbia potrebbero esserci paura, frustrazione, senso di ingiustizia, insicurezza o bisogno di essere ascoltati.  Ed è qui che entrano in gioco ascolto, contesto, relazione ed empatia. 

Nei contesti professionali questa differenza è enorme. Riconoscere che un collaboratore sta vivendo un’emozione è un’informazione. Comprendere cosa sta accadendo e scegliere come entrare in relazione con quella persona è una competenza. 

Come diventa osservabile nel team una maggiore consapevolezza individuale? 

Per noi questo è un punto centrale, ed è anche il motivo per cui il workshop sarà soprattutto esperienziale. Non vogliamo trascorrere sei ore semplicemente spiegando che cosa sia l’intelligenza emotiva. Vogliamo che le persone possano sperimentarla su loro stesse. 

Attraverso esercizi, attività, simulazioni e momenti di confronto lavoreremo sul collegamento: PENSIERO → EMOZIONE → AZIONE → RISULTATO. 

Quando una persona inizia a riconoscere i propri automatismi, può iniziare a modificare comportamenti molto concreti. 

Può fermarsi prima di reagire impulsivamente. Può ascoltare invece di preparare immediatamente la risposta. Può affrontare un conflitto con un atteggiamento diverso. Può dare un feedback senza trasformarlo in un giudizio. Può riconoscere che una determinata emozione sta influenzando una decisione.

Quando più persone sviluppano questa capacità, cambia inevitabilmente anche la dinamica del gruppo. La consapevolezza individuale può quindi diventare qualità della comunicazione, gestione più efficace dei conflitti, maggiore collaborazione, decisioni più intenzionali e una leadership più consapevole. Ed è proprio questo passaggio dalla teoria all’esperienza che vogliamo far vivere il 24 e 25 settembre. 

Qual è la “materia prima” umana che dovremmo sviluppare per il futuro? 

Se dovessimo sceglierne una, diremmo la consapevolezza. Consapevolezza di ciò che pensiamo, di ciò che proviamo, del modo in cui reagiamo e dell’effetto che il nostro comportamento produce sugli altri. 

Perché prima di poter gestire un’emozione dobbiamo riconoscerla. Prima di poter modificare un comportamento dobbiamo accorgerci che lo stiamo mettendo in atto. E prima di poter comprendere realmente gli altri dobbiamo imparare a osservare noi stessi. 

La tecnologia continuerà ad evolvere e molte delle competenze che oggi consideriamo indispensabili probabilmente cambieranno. Ma continueremo a lavorare con altre persone, a prendere decisioni, affrontare situazioni impreviste, gestire conflitti, costruire relazioni e guidare team. 

Per questo crediamo che la vera “Materia Prima” delle organizzazioni del futuro sia la capacità umana di essere consapevoli prima di agire. Le emozioni non sono un ostacolo da eliminare dalle decisioni. Sono informazioni da imparare a riconoscere. 

Il problema non è provare emozioni. Il problema è lasciare che influenzino le nostre decisioni senza esserne consapevoli. Ed è probabilmente questa una delle capacità più importanti che possiamo allenare oggi: creare uno spazio tra ciò che accade, ciò che proviamo e ciò che decidiamo di fare. È in quello spazio che passiamo dalla reazione alla scelta.

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