L’Innovation Training Summit, organizzato da Ecosistema Formazione Italia, è uno degli appuntamenti di riferimento in Italia dedicati alla formazione, allo sviluppo delle competenze e all’innovazione nel mondo del lavoro. Dopo le prime due edizioni, il Summit torna a Roma il 26 e 27 marzo 2026 all’Auditorium della Tecnica per una nuova occasione di confronto tra imprese, istituzioni, università, startup e professionisti della formazione.
In questa intervista abbiamo parlato con i founder Kevin Giorgis e Stefano Marchese per capire perché oggi la formazione è diventata una leva strategica imprescindibile per la competitività del Paese, come sta cambiando il modo in cui aziende e organizzazioni sviluppano competenze e quale ruolo può avere un evento come l’Innovation Training Summit nella costruzione di un vero ecosistema della formazione in Italia.
Partiamo dall’inizio. Perché oggi, in Italia, c’è bisogno di un appuntamento come l’Innovation Training Summit?
Perché la formazione oggi non è più un tema settoriale, ma un tema sistemico. Riguarda la competitività delle imprese, la qualità del lavoro e la capacità di un Paese di adattarsi ai cambiamenti tecnologici e sociali. In Italia esistono molte iniziative di qualità, ma spesso sono frammentate: aziende, istituzioni, università, enti formativi e startup lavorano su binari paralleli. L’Innovation Training Summit nasce proprio per creare uno spazio di incontro tra questi mondi. Non è solo un evento, ma una piattaforma di dialogo dove si prova a mettere insieme chi pensa, chi progetta e chi utilizza la formazione per generare impatto reale.
Parlate spesso della formazione come di una leva strategica per la competitività del Paese. Che cosa significa, in concreto, per imprese, istituzioni e territori?
Significa passare da una logica di formazione come costo o adempimento a una logica di formazione come investimento strategico. Per le imprese significa sviluppare competenze che permettono di innovare e di affrontare mercati sempre più complessi. Per le istituzioni significa costruire politiche attive del lavoro che funzionino davvero. Per i territori significa creare ecosistemi dove imprese, università e centri di formazione collaborano per sviluppare competenze coerenti con le trasformazioni economiche e tecnologiche.
Questa è la terza edizione del Summit. Che cosa è cambiato rispetto alle prime due, sia nella visione sia nella maturità del progetto?
Nelle prime edizioni c’era soprattutto la volontà di creare un luogo di incontro per la community della formazione. Oggi il progetto è più maturo: il Summit è diventato un punto di riferimento nazionale e sempre più internazionale. Abbiamo ampliato il dialogo con istituzioni, grandi imprese, investitori e startup. E soprattutto abbiamo capito che il nostro ruolo non è solo organizzare un evento, ma contribuire alla costruzione di un vero ecosistema della formazione in Italia.


Le competenze invecchiano molto rapidamente. Come cambia, secondo voi, il modo in cui aziende e organizzazioni devono pensare la formazione?
Il cambiamento principale è che la formazione non può più essere episodica. Deve diventare continua, integrata nel lavoro quotidiano e guidata dai dati. Le aziende devono passare da un modello di corsi isolati a un modello di sviluppo delle competenze nel tempo, dove la formazione è collegata agli obiettivi di business, alla trasformazione digitale e ai percorsi di carriera delle persone.
Nel Summit avranno un ruolo importante intelligenza artificiale, dati e nuovi modelli di apprendimento continuo. Dove vedete le applicazioni più concrete e dove invece c’è ancora troppa narrazione?
Le applicazioni più concrete sono quelle che aiutano davvero le persone a imparare meglio e le organizzazioni a prendere decisioni migliori: analisi delle competenze, personalizzazione dei percorsi di apprendimento, creazione rapida di contenuti formativi. Dove invece c’è ancora molta narrazione è quando l’AI viene presentata come una soluzione magica. La tecnologia è uno strumento potente, ma senza una strategia di sviluppo delle competenze e senza una cultura organizzativa adeguata rischia di non produrre vero valore.
Uno degli aspetti più interessanti del Summit è la capacità di mettere in dialogo mondi diversi, imprese, istituzioni, università, startup e investitori. Quanto è difficile costruire questo ecosistema?
È molto difficile, perché ogni attore ha linguaggi, tempi e obiettivi diversi. Ma è anche l’unico modo per generare innovazione reale. Le startup portano nuove idee, le imprese portano i problemi concreti da risolvere, le università portano ricerca, le istituzioni portano strumenti e politiche pubbliche. Il nostro lavoro è creare le condizioni perché questi mondi possano dialogare e collaborare.
Roma ospiterà il Summit. Che valore ha portare un appuntamento come questo nella Capitale?
Roma è un luogo simbolico e strategico. È la città dove si incontrano istituzioni, imprese e grandi organizzazioni nazionali e internazionali. Portare il Summit qui significa favorire un dialogo diretto tra chi prende decisioni politiche e chi ogni giorno lavora sul campo nella formazione e nelle risorse umane.


Tra i temi centrali ci sono occupabilità giovanile, transizione scuola-lavoro e fuga dei talenti. Da dove bisogna partire per affrontare seriamente questi nodi?
Bisogna partire dal creare ponti più solidi tra mondo della formazione e mondo del lavoro. Oggi spesso questi due mondi non dialogano abbastanza. Servono più percorsi di apprendimento esperienziale, più collaborazione tra imprese e istituzioni educative e una maggiore attenzione allo sviluppo delle competenze che il mercato del lavoro richiede.
Nel dibattito sulla formazione quanto conta avere numeri, dati e ricerca?
Conta moltissimo. Senza dati si rischia di parlare di formazione in modo ideologico o superficiale. Abbiamo bisogno di capire quali modelli funzionano, quali competenze servono e quali politiche producono risultati. Per questo il Summit dedica sempre più spazio a dati, analisi e ricerca.
Il Summit mette insieme una macchina molto ampia. Come si fa a far crescere un evento così senza perdere qualità?
La chiave è mantenere una visione chiara. Non vogliamo fare semplicemente un grande evento, vogliamo fare un evento utile. Questo significa curare molto i contenuti, selezionare gli speaker e mantenere un equilibrio tra ispirazione, confronto e applicazioni concrete.
Startup, investitori e innovazione EdTech, HRTech e AI. Che ruolo possono avere nel trasformare davvero il sistema della formazione?
Un ruolo fondamentale. Le startup portano velocità e capacità di sperimentazione. Molte delle innovazioni che oggi vediamo nel mondo della formazione nascono proprio da queste realtà. Il dialogo con le imprese e con gli investitori è essenziale per trasformare queste innovazioni in soluzioni scalabili.
Il Premio Top School Italia porterà attenzione sulle eccellenze dell’istruzione e della formazione. Che segnale volete dare al settore?
Vogliamo valorizzare le buone pratiche. In Italia ci sono scuole, università e enti formativi che stanno facendo cose straordinarie. Raccontare queste esperienze significa dimostrare che innovare la formazione è possibile e che esistono già esempi concreti da cui partire.


Quanto è importante che il tema della formazione venga riconosciuto come una questione di politica industriale e sociale?
È fondamentale. La formazione non riguarda solo l’istruzione, riguarda il futuro del lavoro, la produttività delle imprese e la coesione sociale. Se vogliamo affrontare sfide come la transizione digitale e quella demografica, dobbiamo mettere la formazione al centro delle politiche pubbliche.
Accanto al Summit ci sarà anche un momento dedicato alla formazione finanziata. Perché avete sentito l’esigenza di aprire questo spazio?
Perché in Italia esistono strumenti molto importanti, come i fondi interprofessionali, che possono sostenere lo sviluppo delle competenze nelle imprese. Tuttavia spesso non sono pienamente compresi o utilizzati nel modo più efficace. Creare uno spazio di confronto su questi temi significa aiutare imprese e operatori a usarli meglio.
Se doveste indicare una cosa che un imprenditore, un HR director o un decisore pubblico dovrebbe portarsi a casa dopo questi giorni, quale sarebbe?
La consapevolezza che la formazione non è un tema marginale, ma una leva strategica per il futuro delle organizzazioni e del Paese. E soprattutto l’idea che nessuno può affrontare questa sfida da solo: serve collaborazione tra imprese, istituzioni, università e innovatori.



