21 - 27 Settembre 2026, Roma

L’intelligenza artificiale entra in classe: cosa dice l’OECD sulla scuola italiana

Un nuovo rapporto dell’OECD fotografa opportunità e rischi dell’AI nel sistema educativo italiano. Tra abbandono scolastico, gap di genere in matematica e integrazione degli studenti immigrati, la tecnologia può essere alleata del corpo docente, ma solo se usata con criterio.

L’OECD ha pubblicato un documento che farà discutere: “AI Adoption in the Education System”, realizzato in collaborazione con la Fondazione Agnelli. Un’analisi lucida, e a tratti scomoda, su come l’intelligenza artificiale potrebbe (o non potrebbe) trasformare le nostre scuole.

Il focus è sull’Italia e il messaggio è chiaro: l’AI, lungi dall’essere una bacchetta magica o un pericolo da esorcizzare, è uno strumento che va usato con consapevolezza.

Tre problemi, tre possibilità

Il rapporto individua tre sfide croniche del sistema scolastico italiano su cui l’AI potrebbe fare la differenza.

1. L’abbandono scolastico e la “fragilità degli apprendimenti”

Nel 2025, il 36% degli studenti italiani alla fine delle superiori non raggiunge i livelli minimi di competenza in italiano e matematica. Nel 2019 erano il 25%. Un dato allarmante, aggravato dalla pandemia e dalle disuguaglianze territoriali, con il Sud che paga il prezzo più alto.

L’AI può aiutare? Sì, ma con cautela. I sistemi di early warning basati su machine learning riescono a identificare studenti a rischio già alle elementari, con un’accuratezza che migliora combinando dati accademici, comportamentali e motivazionali. Il problema è il rischio di bias: in Wisconsin, un sistema predittivo ha generato falsi allarmi per studenti neri e latini con una frequenza del 42% superiore rispetto ai bianchi. Se le previsioni sbagliate influenzano le aspettative degli insegnanti, il danno è fatto.

2. Il gap di genere in matematica

L’Italia presenta il divario più ampio tra ragazze e ragazzi in matematica tra i paesi OCSE. La spiegazione è culturale: stereotipi familiari, aspettative degli insegnanti e manuali scolastici che continuano ad associare la matematica al maschile orientano percorsi, fiducia e opportunità fin dall’infanzia.

L’AI può intervenire su più fronti: piattaforme di mentorship che collegano studentesse a professioniste STEM (come CyberMentor in Germania, dove le partecipanti hanno il doppio delle probabilità di scegliere facoltà scientifiche); strumenti che analizzano le interazioni in classe e segnalano quando i docenti chiamano più spesso i maschi; algoritmi che scansionano i libri di testo alla ricerca di rappresentazioni sbilanciate.

Ma attenzione: i chatbot “mentori” possono generare informazioni errate, i sistemi di matching rischiano di perpetuare bias esistenti, e nulla sostituisce il rapporto umano con una docente che crede nel potenziale delle sue studentesse.

3. L’integrazione degli studenti con background migratorio

Un alunno su otto nella scuola primaria italiana ha origini straniere. Molti arrivano senza parlare italiano, con percorsi scolastici frammentati. Il loro senso di appartenenza a scuola è significativamente più basso rispetto ai coetanei italiani e per le ragazze immigrate di prima generazione è il più basso in assoluto.

Qui l’AI può essere un equalizzatore: tutor linguistici disponibili 24/7, traduzione automatica per comunicare con le famiglie, piattaforme che adattano il livello delle lezioni alle competenze reali dello studente. L’Estonia, ad esempio, sta implementando ChatGPT Edu in tutte le scuole secondarie proprio per garantire accesso uguale alla tecnologia indipendentemente dalle condizioni economiche delle famiglie.

Il rischio? Che la tecnologia diventi un sostituto delle relazioni umane, invece che un facilitatore. L’integrazione passa anche e soprattutto attraverso l’interazione con compagni e insegnanti in carne e ossa.

Il corpo docente è pronto?

I dati TALIS 2024 fotografano un corpo docente in transizione. Il 25% di quello impiegato nella scuola secondaria di primo grado ha usato l’AI nell’ultimo anno, contro una media OCSE del 37% (a Singapore si arriva al 75%). Chi la usa, principalmente la impiega per preparare lezioni e sintetizzare argomenti.

Il 60% ritiene che l’AI possa supportare gli studenti con bisogni speciali. Ma il 67% teme che faciliti il plagio. E tra chi non usa l’AI, il 69% dichiara di non averne le competenze.

Il problema è strutturale: l’Italia ha il corpo docente più anziano e femminilizzato dell’OCSE. Quasi il 60% degli insegnanti delle superiori ha più di 50 anni. La formazione c’è – 800.000 partecipanti ai corsi del PNRR sulla transizione digitale – ma servono tempo, supporto e soprattutto un cambio di paradigma nella didattica.

La buona notizia? La tradizione italiana delle interrogazioni orali si rivela un punto di forza imprevisto. In un’epoca in cui l’AI può scrivere qualsiasi compito scritto, la capacità di sostenere un’argomentazione a voce, rispondendo a domande imprevedibili, diventa una competenza preziosa e non aggirabile.

Il nodo irrisolto: cosa vogliamo dalla scuola?

Il rapporto OECD non si limita agli aspetti tecnici ma pone una domanda più profonda: se l’AI può personalizzare l’apprendimento al punto da renderlo individuale, cosa succede alla funzione civica della scuola?

La scuola è, ed è sempre stata, il luogo dove si impara a stare insieme. A negoziare, ma anche a confrontarsi con idee diverse dalle proprie e da quelle della propria famiglia. Se ogni studente o studentessa segue un percorso iper-personalizzato, ottimizzato sui suoi interessi e bisogni, rischiamo di crescere una generazione incapace di tollerare la frizione del vivere comune.

C’è poi la questione del controllo. I modelli linguistici che alimentano i tutor AI sono addestrati su dati che non conosciamo, con valori che non abbiamo scelto. Quando migliaia di studenti e studentesse interagiscono quotidianamente con lo stesso chatbot, chi decide cosa quel chatbot considera giusto o sbagliato? È una domanda che un tempo ci ponevamo sui libri di testo. Ma se un libro si può leggere e criticare, con un algoritmo è più difficile.

Un invito alla cautela

Le linee guida nazionali italiane per l’introduzione dell’AI nelle scuole, pubblicate nell’agosto 2025, stabiliscono principi condivisibili: intenzionalità pedagogica, precauzione, supervisione degli educatori. Ma la sfida è tradurli in pratica.

Il rapporto OECD suggerisce un approccio graduale: piloti controllati prima dell’adozione su larga scala, valutazione rigorosa degli effetti sugli apprendimenti, coinvolgimento diretto del corpo docente nella progettazione. E soprattutto, la consapevolezza che l’AI è un mezzo e mai un fine.

L’errore da evitare è duplice: credere che la tecnologia risolva problemi che sono prima di tutto sociali e culturali; oppure rifiutarla per paura, lasciando che siano solo le famiglie più ricche a garantire ai propri figli l’accesso a strumenti potenzialmente utili.

La scuola italiana ha davanti una scelta da compiere, e non sarà la tecnologia a farla per noi.

Leggi il rapporto completo “AI Adoption in the Education System: International Insights and Policy Considerations for Italy” disponibile nella serie OECD Artificial Intelligence Papers (n. 52, dicembre 2025).

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