21 - 27 Settembre 2026, Roma

Industria, cultura, futuro: la visione di Marco Pugliese e il modello di Openindustria

Marco Pugliese è il fondatore e presidente di OpenIndustria, docente e giornalista, esperto di geopolitica, educazione STEAM e nuove tecnologie. La sua traiettoria professionale unisce impresa e pensiero, rigore analitico e passione educativa.

In questa intervista ci parla del libro scritto con Cino Serrao sulla memoria industriale italiana, “L’industria italiana del XX e XXI secolo. Visionari e giganti”, della missione che anima OpenIndustria e della necessità – sempre più urgente – di costruire ponti tra sapere umanistico e sviluppo economico. Un dialogo che attraversa passato e futuro, con una certezza: l’innovazione ha bisogno di senso, non solo di soluzioni.

Marco, partiamo dal tuo ultimo libro: perché sentivate il bisogno di raccontare la storia dell’industria italiana? Cosa possono ancora insegnarci oggi i “giganti” del Novecento?

Il nostro ultimo libro nasce da un’urgenza: quella di fare i conti con la memoria industriale prima che svanisca del tutto. L’Italia ha avuto dei veri e propri titani dell’impresa – Mattei, Olivetti, ma anche figure meno note che hanno cambiato i territori e il modo di pensare l’economia. Non volevamo fare un’operazione nostalgica, ma capire come questi “giganti” possano ancora ispirare modelli nuovi. Perché sì, il passato insegna, ma solo se siamo disposti a leggerlo con occhi critici.

Come nasce OpenIndustria e cosa ti ha spinto a fondarla? Quali sono gli obiettivi concreti del progetto? Perché Mattei e Olivetti come modelli?

OpenIndustria nasce da una frustrazione positiva: quella di vedere tanti talenti, tante idee, eppure un sistema che non sa metterli a frutto. Ho deciso di fondarla come piattaforma aperta, un ecosistema in cui l’industria incontra il pensiero, la formazione e le visioni future.

Mattei e Olivetti sono diventati i nostri riferimenti per un motivo preciso: non si sono limitati a “fare impresa”, hanno progettato il mondo attorno. Hanno costruito senso, non solo profitto.

OpenIndustria come incubatore di idee: in che modo si attiva questo dialogo tra accademia, PMI, industria e professionisti? Perché è importante portare il pensiero umanistico nel mondo industriale?

Il dialogo tra cultura e impresa è spesso più temuto di un audit fiscale. E invece è lì che nasce l’innovazione vera. In OpenIndustria lavoriamo per costruire ponti: tra accademia e PMI, tra professionisti e startup, tra artigianato evoluto e pensiero complesso.

Il pensiero umanistico? È il sistema operativo delle imprese del futuro. Se continuiamo a pensare che servano solo ingegneri e manager, ci perderemo l’elemento chiave: il perché. E il perché lo trovi nella filosofia, nella storia, nella letteratura.

Sei anche docente formatore da anni. Qual è il ruolo dell’educazione finanziaria, della didattica STEAM e delle nuove tecnologie in tutto questo? Ci spieghi cosa intendi per “formazione quadridimensionale”?

Sono convinto che senza educazione finanziaria e senza una didattica STEAM radicata fin dalla primaria, l’Italia continuerà a rincorrere l’innovazione degli altri.

La “formazione quadridimensionale” è il mio modo per dire che dobbiamo formare teste, mani, cuore e comunità. Serve un’educazione che unisca dati e emozioni, calcolo e bellezza, codice e coscienza.

Parli spesso di “organizzazioni antifragili” e “Cooperative Management”. Di cosa si tratta? Qual è la tua visione dell’impresa post-industriale?

Le “organizzazioni antifragili” sono quelle che migliorano quando tutto intorno peggiora. Resilienti è troppo poco. Dobbiamo pensare a strutture che apprendano dall’incertezza, che non crollino sotto l’ambiguità ma la trasformino in vantaggio.

Il Cooperative Management è la risposta: non più gerarchie verticali, ma intelligenze distribuite. È la fine del capo e l’inizio del leader-orchestra.

Servono manager di cultura, dici: ma dove li troviamo, come si formano?

Servono manager che abbiano letto Platone e sappiano usare GitHub. Persone capaci di guidare con una visione, non solo con un foglio Excel.

Dove li troviamo? Li formiamo, ovviamente. Ma serve tempo, cura e, soprattutto, smettere di cercare “profili ideali” e iniziare a coltivare persone reali.

Quali sono le sfide principali che l’Italia industriale dovrà affrontare nei prossimi anni e che ruolo può avere OpenIndustria in questo contesto?

Le sfide? Sono tante: la transizione energetica, l’intelligenza artificiale, il reshoring delle filiere. Ma la più grande è forse il cambiamento culturale.

OpenIndustria può essere un acceleratore di senso. Un luogo dove si sperimenta, si sbaglia, si ricostruisce. Dove l’impresa torna ad avere un ruolo civile, non solo economico.

Se potessi parlare a una platea di giovani, futuri imprenditori o ingegneri, quale messaggio vorresti lasciare?

Se avessi davanti una platea di giovani imprenditori o ingegneri direi: non limitatevi a trovare lavoro, inventatevi un significato.

Il futuro non aspetta curriculum perfetti. Vuole persone imperfette ma visionarie, capaci di connettere mondi, linguaggi, sistemi. Abbiate il coraggio di essere disobbedienti. Ma con metodo.

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