20-26 Settembre 2027, Roma

E se la materia prima del futuro fosse quella che stiamo già sprecando?

Per secoli abbiamo cercato il futuro scavando: carbone, petrolio, ferro, rame, litio, terre rare. Ma se la prossima grande materia prima non fosse da estrarre? Se fosse già intorno a noi, nascosta in ciò che scartiamo, nelle competenze che non valorizziamo, nelle relazioni che non costruiamo, nel tempo che sprechiamo, nelle risorse delle nostre città che non riusciamo a mettere in connessione?

È da questa provocazione che nasce “Non si estrae il futuro”, l’evento ideato da Nova Ecologica Società Benefit e Greenta Società Benefit, in programma il 23 settembre a Roma nell’ambito della Rome Future Week® 2026.

Ne abbiamo parlato con Giulia Perconti, tra le ideatrici del progetto e moderatrice dell’incontro.

Partiamo dal titolo. Perché “Non si estrae il futuro”?

Perché volevamo mettere in discussione un’immagine alla quale siamo abituati. Quando diciamo “materia prima”, quasi automaticamente pensiamo a qualcosa che viene estratto: petrolio, minerali, metalli, legno. Risorse fisiche che prendiamo dalla natura e trasformiamo. Ma oggi sappiamo che questo modello ha dei limiti.

Lavorando nel settore ambientale ci confrontiamo ogni giorno con qualcosa che viene definito “rifiuto” e che, cambiando prospettiva, può invece tornare a essere una risorsa. A un certo punto ci siamo chieste: e se provassimo ad applicare lo stesso cambio di prospettiva anche a tutto il resto? È lì che il concetto è diventato molto più grande del tema dei rifiuti.

Quindi non parlerete soltanto di economia circolare?

No, ed è probabilmente questo l’aspetto a cui teniamo di più. Il rifiuto è il nostro punto di partenza, perché fa parte dell’esperienza di Nova Ecologica e perché rappresenta perfettamente il passaggio da qualcosa a cui non attribuiamo più valore a qualcosa che può acquisirne nuovamente.

Ma esistono tantissime risorse che sprechiamo senza neppure chiamarle “rifiuti”: tempo, competenze, esperienza, relazioni, fiducia, conoscenza, spazi, idee, collaborazione. Sono quelle che abbiamo chiamato provocatoriamente “materie prime invisibili”. Non si possono pesare su una bilancia, ma possono determinare la capacità di un’impresa, di una comunità e persino di una città di evolvere.

Quindi anche una competenza inutilizzata può essere considerata uno spreco?

È esattamente la provocazione che vorremmo portare alla Rome Future Week®. Pensiamo a quante competenze esistono all’interno delle organizzazioni e non vengono mai condivise. A quanto tempo perdiamo per processi inefficienti. A quante idee rimangono inascoltate. A quante imprese dello stesso territorio potrebbero collaborare e invece non si conoscono.

Non sono rifiuti nel senso tradizionale del termine. Eppure stiamo comunque sprecando una risorsa. La circular economy ci ha insegnato a domandarci se ciò che consideriamo uno scarto possa tornare ad avere valore. Forse possiamo cominciare a porci la stessa domanda anche rispetto alle persone, alle organizzazioni e ai territori.

Nel vostro evento Roma avrà un ruolo importante. Perché?

Perché non volevamo parlare del futuro in astratto. La Rome Future Week® ci offre un’occasione bellissima: usare Roma non soltanto come luogo che ospita l’evento, ma come parte della domanda.

Abbiamo immaginato provocatoriamente Roma come una grande “miniera a cielo aperto”. Non nel senso di qualcosa da sfruttare, naturalmente, ma come un enorme patrimonio di risorse già esistenti: persone, università, imprese, quartieri, associazioni, cultura, competenze, spazi, materiali, reti.

La domanda diventa allora: quante di queste risorse riescono davvero a incontrarsi? Forse una delle grandi sfide delle città del futuro non sarà soltanto produrre nuove risorse, ma riuscire a connettere meglio quelle che possiedono già.

E qui entrano in gioco anche le imprese.

Assolutamente sì. E soprattutto le piccole imprese. Quando parliamo di sostenibilità e impatto rischiamo a volte di immaginare grandi aziende, grandi budget e strutture ESG molto complesse. Ma il tessuto economico italiano è fatto soprattutto di imprese molto più piccole.

Ci interessa quindi porre una domanda diversa: una piccola impresa, con risorse limitate, può generare un impatto positivo? Per noi la risposta è sì. Può farlo nel modo in cui tratta le persone, nella relazione con il territorio, scegliendo i propri fornitori, formando i dipendenti, riducendo gli sprechi, condividendo competenze, collaborando con altre realtà.

Non significa necessariamente fare qualcosa di enorme. Significa iniziare a riconoscere che il valore prodotto da un’impresa non coincide sempre e soltanto con il suo fatturato.

Se potessi misurare una sola cosa di un’impresa, oltre al fatturato, cosa misureresti? Questa è proprio una delle domande che vogliamo rivolgere ai partecipanti. E la cosa interessante sarà vedere cosa risponderanno. Il benessere delle persone? La fiducia? L’impatto sul territorio? La capacità di innovare? Le competenze create? La qualità delle relazioni?

Non vogliamo dare noi la risposta. Vogliamo far emergere la pluralità delle risposte. Perché forse il primo passo per costruire nuovi modelli di impresa è proprio chiederci che cosa intendiamo davvero quando utilizziamo la parola “valore”.

Avete scelto infatti una formula molto laboratoriale.

Sì. Non volevamo organizzare quattro ore in cui qualcuno parla e tutti gli altri ascoltano. Ci saranno momenti di approfondimento e confronto, ma a un certo punto il pubblico dovrà entrare nella conversazione.

Prima dei laboratori lanceremo alcune domande provocatorie attraverso un’attivazione interattiva e poi divideremo i partecipanti in tre workshop. Il percorso sarà costruito intorno a tre verbi: riconoscere, connettere e agire.

Il primo tavolo lavorerà sulle materie prime invisibili. Il secondo guarderà a Roma come miniera a cielo aperto, cercando di capire quali risorse della città potrebbero essere messe maggiormente in connessione. Il terzo lavorerà invece sull’impresa che lascia il segno, chiedendosi quali azioni concrete possa realizzare anche una piccola organizzazione per generare valore oltre il profitto.

E cosa resterà alla fine dell’evento?

Speriamo innanzitutto qualche domanda in più. Sembra un paradosso, ma non vorremmo che le persone uscissero con la sensazione di aver ricevuto una lezione. Vorremmo che uscissero guardando in modo leggermente diverso ciò che hanno intorno.

Durante i workshop raccoglieremo idee, sfide e proposte che confluiranno in un Challenge Wall e successivamente nel Manifesto della Materia Prima. Sarà un piccolo documento collettivo costruito dalle persone presenti. Perché se parliamo di futuro e di rigenerazione, ci sembrava incoerente preparare tutte le risposte prima ancora di incontrare chi parteciperà.

Allora qual è la vera materia prima del futuro?

Se rispondessimo adesso rovineremmo l’esperimento.

Ma forse possiamo dare un indizio. Potrebbe non essere una sola. La materia prima del futuro potrebbe essere proprio la nostra capacità di riconoscere valore dove prima vedevamo soltanto uno scarto, un limite o qualcosa di inutilizzato. Per secoli abbiamo cercato il futuro scavando nel sottosuolo. Forse è arrivato il momento di iniziare a cercarlo anche davanti ai nostri occhi.

Partecipa all’evento organizzato da Nova Ecologica Società Benefit e Greenta Società Benefit “Non si estrae il futuro – Da rifiuto a risorsa: come cambia il concetto di valore nell’economia del futuro” in programma il 23 settembre 2026 durante la Rome Future Week® 2026.

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