Il Rapporto ANVUR 2026 sul sistema della formazione superiore e della ricerca è uscito il 26 marzo scorso. Quattrocentoventotto pagine di dati, tabelle, analisi comparative. Un documento che ogni ateneo italiano conosce bene, che i Ministeri usano per programmare, che alimenta dibattiti accademici e policy paper. E che raramente arriva al grande pubblico.

Eppure, dentro quelle pagine, c’è qualcosa che riguarda tutte le persone.
Per la prima volta nella storia, il sistema universitario italiano ha superato i due milioni di iscritti. Una soglia simbolica che sembra una buona notizia. E in parte lo è. Ma i numeri aggregati, come sempre, nascondono più di quanto rivelano. E capire cosa si nasconde dietro quella crescita è, oggi, una questione che va ben oltre i confini dell’accademia.
Un sistema che cambia pelle
Tra il 2018 e il 2025, gli iscritti all’università italiana sono cresciuti del 16,9%. Quasi trecentomila studenti in più. Una crescita reale, significativa, ma concentrata in modo tutt’altro che uniforme.
Di quei trecentomila nuovi iscritti, circa 189 mila si trovano negli atenei telematici, la cui quota sul totale è passata dal 6,8% al 15%. La seconda università italiana per numero di iscritti, subito dopo La Sapienza di Roma, è oggi l’Università telematica Pegaso. Non è un dato di colore, è un segnale strutturale.
Gli atenei tradizionali crescono moderatamente al Nord e al Centro, mentre quelli del Mezzogiorno subiscono una doppia erosione: perdono studenti verso le regioni settentrionali e perdono studenti verso le piattaforme digitali. Il tasso di permanenza nella propria area geografica scende al 61-62% nel Sud, contro il 77-79% al Centro-Nord. Nel passaggio alla laurea magistrale, crolla sotto il 52%.
Non è solo un problema di mobilità. È la fotografia di un sistema che si sta polarizzando lungo linee che già conoscevamo – geografiche, sociali, economiche – ma che oggi corrono più veloci di prima.
LEGGI ANCHE – Il ruolo dell’insegnante nella società del futuro
La domanda che il PNRR lascia aperta
Gli ultimi anni hanno portato risorse straordinarie nel sistema. I dottorandi sono quasi raddoppiati, da 29.000 a circa 47.000. I docenti universitari sono passati da 54.000 a oltre 65.000. Gli enti pubblici di ricerca hanno vissuto il triennio di espansione degli organici più intenso degli ultimi vent’anni.
Il PNRR ha finanziato dottorati, ha permesso assunzioni, ha sostenuto infrastrutture. È stato, come lo definisce il Rapporto stesso, il principale catalizzatore del cambiamento.
Ma ora che quella stagione si sta chiudendo, la domanda cruciale è questa: l’investimento ha costruito qualcosa di duraturo, o è stata una parentesi espansiva destinata a riassorbirsi?
Il Rapporto non risponde. La pone, però, con una chiarezza che non lascia spazio all’ambiguità. Se al termine dei finanziamenti il numero di dottorandi tornasse ai livelli pre-pandemia, l’investimento sarebbe stato quasi inutile. Se le nuove figure pre-ruolo introdotte dalla riforma non trovassero sbocchi stabili, la promessa del ringiovanimento del corpo accademico – tra i più anziani d’Europa – resterebbe sulla carta.
Trasformare le risorse straordinarie in capacità ordinaria è la sfida più difficile che i sistemi pubblici conoscono. L’università italiana non fa eccezione.
L’intelligenza artificiale e la transizione che non si può subire
C’è un passaggio dell’Introduzione del Rapporto che vale la pena citare per quello che dice, non per i numeri che porta. I dati sull’AI nei processi formativi non esistono ancora, il fenomeno è troppo recente per essere misurato con gli strumenti della statistica istituzionale. Ma il Rapporto lo nomina comunque, e lo fa con una domanda diretta: il sistema è in grado di governare questa transizione o rischia di subirla?
Non è una domanda retorica. È la stessa domanda che si pone a proposito del cambiamento climatico, delle trasformazioni geopolitiche, di ogni discontinuità tecnologica profonda. La complessità, quando non viene interpretata, non scompare. Diventa rumore. E il rumore, nelle istituzioni, si traduce in inerzia.
L’università è un’istituzione costruita sulla lentezza, sulla sedimentazione della conoscenza, sulla trasmissione critica del sapere, sulla resistenza alle mode. È, per certi versi, una qualità. Ma di fronte a una trasformazione che ridefinisce gli strumenti stessi della produzione e della valutazione della conoscenza, quella lentezza rischia di diventare un ritardo che non si recupera.
Le nuove generazioni di studenti arrivano all’università con competenze digitali, aspettative e modalità di apprendimento profondamente diverse da quelle per cui i modelli didattici attuali sono stati progettati. Non è una questione di strumenti. È una questione di paradigma.
LEGGI ANCHE – L’università aumentata: come l’intelligenza artificiale sta trasformando la didattica superiore
Cosa chiedono i dati
Il Rapporto ANVUR 2026 non è un documento pessimista. Documenta crescita reale, progressi nella produzione scientifica, una maggiore attrattività internazionale, riforme significative. Sono segnali che contano.
Ma il quadro che restituisce è quello di un sistema a un passaggio critico: le risorse straordinarie si stanno esaurendo, la crisi demografica è alle porte, la competizione internazionale si intensifica. E le medie nazionali, quelle che sembrano rassicuranti nei comunicati stampa, nascondono realtà profondamente diverse, che richiedono risposte differenziate, non politiche uniformi.
Comprendere questo non è un esercizio accademico. È una condizione per prendere decisioni migliori — nelle aule di governo, nelle stanze della programmazione, nelle scelte che ogni studente, ogni famiglia, ogni istituzione compie ogni giorno.
I dati non bastano, ma ignorarli è peggio.
di Francesco Santoleri, Data & Process Analyst, Università degli Studi Guglielmo Marconi | Researcher, Università Roma Tre – Ambassador RFW®



