21 - 27 Settembre 2026, Roma

Riccarda Zezza e la rivoluzione silenziosa della cura: da un burnout a un nuovo modo di pensare il lavoro

Come una donna ha trasformato il dolore in innovazione, inventando parole nuove per concetti che il mondo del lavoro non sapeva ancora di avere bisogno

Riccarda Zezza, founder di Lifeed

Negli occhi c’è quella luce particolare di chi ha trovato le parole giuste per dire cose importanti. Quando Riccarda Zezza sale sul palco di dotcampus a Roma per presentare il suo ultimo libro, tiene incollato un pubblico che per quasi due ore non tocca nemmeno il telefono. Un miracolo, di questi tempi.

Chi l’ha già incontrata, magari l’ha sentita parlare a un evento o ne ha letto il libro precedente, potrebbe pensare di conoscerla. Ma Riccarda è una di quelle persone che per essere davvero comprese hanno bisogno esattamente di quello di cui parla nel suo ultimo libro: cura, tempo, attenzione.

Dal dolore all’innovazione

La sua traiettoria racconta come si possa fare della propria vulnerabilità una forza. Dal burnout che l’ha portata a fondare Piano C — uno dei primi spazi di coworking in Italia pensato per le donne — alla maternità che è diventata MAAM (Maternity As A Master), fino a Lifeed, la piattaforma che ha trasformato le transizioni di vita in opportunità di crescita per le aziende. Ogni tappa nasce da un’esperienza personale che diventa sistema, metodo, impresa.

MAAM partiva da un’intuizione controcorrente: che la maternità non fosse una pausa dalla carriera, ma un acceleratore di competenze. Un’idea che all’inizio suonava quasi provocatoria nel panorama aziendale italiano, e che oggi è adottata da decine di grandi aziende.

Parole nuove per concetti che non esistevano

Quello che colpisce di Riccarda è la sua capacità di trasformare concetti complessi in parole nuove, potenti. “Transilienza”, per esempio: la capacità di far fluire competenze da un ruolo all’altro della nostra vita — dalla genitorialità al lavoro, dalle amicizie alla leadership. Una parola che non esisteva prima che lei la inventasse, e che ora descrive qualcosa che tutti riconoscono appena la sentono.

“La cura non è un concetto soft”, dice mentre presenta il libro. “È la competenza più potente che esista nel mondo del lavoro.” E in sala si sente quel silenzio particolare di chi sa che sta sentendo qualcosa di diverso dal solito.

Non usa mai cliché sulle nuove generazioni. Parla di ragazzi che “hanno capito che il lavoro deve avere senso”. E quando lo dice, in prima fila c’è sua figlia che la ascolta.

Una rivoluzione silenziosa

I relatori che condividono il palco con lei — Gianluigi De Palo, Michela Fantini, Patrizia Ravaioli, Giada Susca — citano pezzi del libro perché Riccarda è stata capace di catturare e mettere nero su bianco frammenti della loro esperienza umana. Alla fine, la fila per acquistare il libro arriva fino all’ingresso. Ma non è solo per l’autografo: è perché in quelle pagine c’è qualcosa che le persone riconoscono come vero.

Una signora si avvicina ed è commossa dopo aver letto la dedica che Riccarda le ha scritto. “Ha capito la mia situazione in pochi secondi.”

Un concetto di cura che non conosce confini

Alla domanda “come la reintegriamo, questa cura, nel lavoro?”, Riccarda risponde con quella semplicità che caratterizza le grandi verità: “Semplicemente avendo cura delle relazioni, mettendo al centro le persone, prendendoci del tempo per farlo, e non pensando che l’unico parametro su cui giudicare tutto sia sempre e solo l’efficienza a breve termine.”

In un mondo che corre sempre più veloce, Riccarda Zezza ci ricorda che rallentare per prendersi cura non è debolezza. È l’unica strada per costruire qualcosa che duri e abbia senso. Una lezione che vale quanto un master. Forse di più.

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