16 - 22 Settembre, Roma

Perché dovremmo cancellare la parola startupper 

Startupper alla lettura unitevi, per non essere più startupper…  

Calma calma, riesco già a sentire il mix di idee che si sta creando nella tua corteccia prefrontale.  

Un mix più o meno di “Eh, che significa?” e “Ma cosa sta dicendo ‘sto scemo”.  Ma prima di inveire contro di me lasciami spiegare. Scherzo, se vuoi fallo pure subito, è tutto engagement, ma poi torna qui a finire di leggere.  

Un po’ di contesto sulle startup

Se non sei nuovo di questo settore ti sarai sicuramente reso conto del mismatch che c’è ad  oggi, in Italia, tra la definizione giuridico sociale di startup e quella che dovrebbe invece appartenergli. 

Per togliere ogni dubbio provo a riassumerti la cosa qui di seguito. Cerca di seguirmi, non è complesso ma a noi italiani piace complicarci la vita.  

Per qualcuno, infatti, una startup è una qualsiasi attività imprenditoriale che si trova in fase di  avvio. Nope. Per altri tutto ciò che abbracci, anche in minima parte, la digitalizzazione. Ma no, non ci siamo comunque. Allo Stato invece piace questa definizione, che è un insieme delle precedenti: “nuova impresa costituita da non più di 5 anni che fattura meno di € 5M, e che ha come  oggetto sociale la realizzazione di prodotti/servizi ad alto valore tecnologico” . 

Ci sono mille parametri poi per rientrare legalmente nel regime da startup innovativa (altro termine fastidioso tra l’altro) ma non mi ci soffermerò. Se volessimo invece far fede alle caratteristiche pratiche, ed effettive, che fanno tale una startup (tra parentesi, si scrive così e non start-up) potremmo ricondurre il tutto a questi 4  punti: 

  • Innovazione/Unicità: spiegandola in una frase, la capacità di innovare o creare un mercato, sia con innovazioni di prodotto che di modello.  
  • Temporaneità: riducendo all’osso, o si arriva ad un exit di qualche tipo, o ci si stabilizza nel tempo diventando una PMI innovativa/corporate, oppure si fallisce nel tentativo.  
  • Iterabilità: la capacità di rendere un processo facilmente replicabile.  
  • Scalabilità: ossia il passare in modo rapido da un piccolo mercato ad uno molto più grande.  

E quindi gli startupper?  

Bene, se è vero che, come abbiamo visto, in Italia abbiamo un problema con la parola startup, allora ce l’abbiamo anche con questa sua declinazione. 

Qualcuno potrebbe dire che il guaio sta nel fatto che, all’atto pratico, non c’è differenza tra  uno startupper e un normale altro imprenditore. Perché obbiettivi, focus e mansioni su cui si concentrano le prime fasi di un progetto d’impresa sono abbastanza simili a prescindere dal tipo di modello, più o meno. Di conseguenza non ci sarebbe una divisione tale da giustificare una nuova parola. E la questione potrebbe finire qui.  

Ma ho visto neologismi coniati per molto meno. Quindi non voglio soffermarmi troppo solo sulla questione semantica. E no, il problema non sta neanche nel fatto che la parola è un inglesismo. Anche perché anch’io in primis mi unisco al gruppo degli “scheduliamo una call, per il brief, post follow up, Asereje ahe aha”. Insomma il punto non è questo. Ma piuttosto cosa il termine porta con se, nei fatti.  

Startupper: il problema è qui  

A mio avviso i problemi in tal senso si riassumono in 3 concetti: 

  • All’estero non ha senso. Non esiste infatti un corrispettivo, al di fuori del nostro amato stivale, dove si usano semplicemente i termini CEO, founder, co-founder, investor, advisor e compagnia. Il che significa che se ti abitui troppo all’uso di questa parola, e la utilizzi fuori dai nostri confini, rischi di fare la figura del Totò a Milano di turno.  
  • Non chiarisce bene il ruolo all’interno dell’azienda. Né tantomeno quello nell’industry in generale. Lo startupper è il founder? L’investitore? Quello che ha fatto il sito?  

    Ps. so che di norma si intende il founder o co-founder, ma una legge non scritta non è un buon pilastro su cui basarsi.  
  • Può creare discriminazioni. Per alcuni, perché definirsi con un neologismo sminuisce la figura dei normali imprenditori, ma in realtà vale anche al contrario. Anzi, sono più le volte che ho sentito la frase: “quindi fai le startt-up1!1!” usata con scarsa cognizione di causa, che non viceversa.  

La semplice soluzione  

Insomma, in soldoni suggerirei di cancellare la parola dal nostro ventaglio dei termini comuni. Preferendo invece quelli specifici di cui sopra; founder, co-founder, ecc… Così da evitare incomprensioni, e soprattutto evitando possibili figuracce tutte british e Little Italy.  

In conclusione, però, lungi da me far passare il messaggio che questo sia il problema principale del nostro ecosistema. Anzi probabilmente è solo lo specchio di un settore che ha ancora margini di miglioramento. Ma fare attenzione anche a questi dettagli può essere utile, magari, a far puntare l’occhio  sulle problematiche vere. Muovendo qualche passo in più verso la consapevolezza di settore.  

Quindi meno startupper e più founder!  Ccostruendo l’Italia delle startup.

Vittorio Verardi 

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