Gianmarco Carnovale è una delle voci più autorevoli dell’innovazione italiana. Imprenditore con oltre 25 anni di esperienza, è fondatore e CEO di Scuter – startup che unisce mobilità elettrica e tecnologie emergenti per rendere le città più sostenibili – e presidente di Roma Startup, l’associazione che rappresenta l’ecosistema startup della Capitale. Da anni è impegnato nel promuovere cultura imprenditoriale, venture business e modelli di sviluppo sostenibili, in Italia e all’estero.
In occasione della Rome Startup Week 2025, che si è svolta il 7 e 8 maggio al Gazometro di Roma, lo abbiamo intervistato di nuovo (due anni prima ci aveva già raccontato la sua visione sull’ecosistema romano) per approfondire l’evoluzione del panorama startup romano, il ruolo delle nuove tecnologie e le sfide che attendono chi vuole fare impresa oggi.
Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito a delle mutazioni significative nel panorama startup italiano ma anche romano. Quali sono le principali trasformazioni che hai osservato, sia in termini di modelli di business che di cultura imprenditoriale?
Mi sembra che sia emersa la consapevolezza che fare startup sia la modalità più sfidante del fare impresa, che il capitale di rischio sia più difficile da ottenere di un finanziamento bancario, e che le “idee” non valgano niente se non accompagnate dalla capacità chiara di realizzare un prodotto, un servizio, un percorso di impresa intorno ad un modello di business scalabile. Forse siamo usciti fuori da quella fase di semplificazione narrativa che ha alimentato un grande palcoscenico, molto mediatico e “brevetermista” ma molto poco orientato a creare valore reale attendendo quel medio-lungo periodo che è invece necessario per portare davvero a successo un’innovazione.
Hai notato dei cambiamenti anche nelle caratteristiche dei founder, ad esempio in termini di genere, background culturale e geografico? Come sta evolvendo il profilo di chi avvia nuove imprese innovative in Italia?
C’è un grande trend di founder che rientrano da esperienze dall’estero. Non necessariamente avendo già fatto i founder: spesso hanno lavorato in startup di altri, o in delle multinazionali tech, o nella ricerca. Ma avendo lavorato fuori tornano con una visione già globale del mercato, e con conoscenze chiare circa le metodologie del venture design: non sono, cioè, messi in confusione dalla scarsa cognizione, che in Italia è limitante, di come tentare di lanciare una startup scalabile sia profondamente diverso dal fondare una impresa lineare, o tradizionale.
L’introduzione delle AI generative e delle piattaforme low-code sta cambiando il modo di creare e sviluppare startup. Quale impatto hai visto finora su innovazione, velocità di sviluppo e accessibilità alle tecnologie? E in che modo queste tecnologie stanno abbattendo barriere e favorendo nuovi modelli di business?
È sicuramente cresciuta la semplicità e rapidità nel realizzare dei prototipi di software da testare. Ma bisogna tenere presente che tutto quello che si fonda su “easy innovation”, cioè su innovazioni realizzabili da chiunque, ha le gambe molto corte e scarse possibilità di diventare una nuova tech company di successo, e quindi questo nuovo scenario non è necessariamente un vantaggio rispetto al fare startup: se chiunque può realizzarsi un applicativo che svolga una certa funzione, per quale motivo una azienda che sarà solo una tra chissà quante dovrebbe essere investita con milioni? Dove sta il suo vantaggio competitivo?
Il capitale di rischio scommette – giustamente – dove ci sono delle unicità proteggibili, non facilmente emulabili da chiunque altro. Sono finiti anche i tempi dei copycat locali, modello che aveva senso nel periodo 2005-2015.
Parlando di cultura del rischio, oggi si percepisce un atteggiamento più aperto all’innovazione e all’investimento in startup? Come sta mutando il rapporto con gli investitori, soprattutto nel contesto romano?
La cultura del corretto approccio al rischio – e alle opportunità che porta – sta diffondendosi su scala nazionale, anche se il gap rimane forte. Permane l’idea divertente, tra molti autoproclamati investitori, di saper scegliere “quella buona” peraltro guardando principalmente al contenimento del rischio. Ragionano come se fossero più bravi dei migliori investitori della Silicon Valley, dove 60 anni di esperienza hanno dimostrato che più di due terzi degli investimenti finiscono sempre perduti, e che il solo modo per scegliere “quella buona” è di investire su un elevatissimo numero di opportunità ad alta ambizione ed alto rischio.
Nel contesto romano, quello che succede è che si stia evidentemente costituendo un secondo “polo” nazionale del venture capital, alternativo a quello di Milano, e che stia crescendo. A Roma oggi si investe annualmente più di quanto si investisse in tutta Italia 10 anni fa.
Come sta cambiando, invece, la percezione di Roma come città per le startup? Quali sono le principali mutazioni che hai notato nel tessuto urbano, nelle infrastrutture e nelle politiche di supporto?
Roma è sempre stata una eccellente città per le startup: è il principale polo universitario europeo, offre il costo della vita più basso tra tutte le capitali delle nazioni G20, ed ha la migliore rete di collegamento nazionale ed internazionale che si possa desiderare, con i treni ad alta velocità e i due scali aeroportuali. Ha sempre e solo difettato di capitale di rischio, oltre che di una narrazione corretta sul proprio valore.
La principale mutazione che vedo è che oggi c’è una moltitudine di investitori professionali, sia in forma individuale che aggregata, che hanno stabilito la propria base sul territorio, che hanno aderito al chapter di investitori di Roma Startup e fanno rete tra di loro condividendo opportunità, conoscenze, metodologie. Dal punto di vista del tessuto urbano, si nota chiaramente il consolidamento dei quadranti dell’innovazione tra l’area di Termini, quella di Ostiense ed il quartiere EUR. Speriamo che ora queste crescano e si densifichino, senza ulteriore proliferazione di altri distretti che avrebbero solo l’effetto di produrre debolezza. Per quanto riguarda le politiche di supporto, se parliamo di quelle territoriali, credo che ci sarebbe molto margine per fare meglio ed incidere, se si volesse.
Quanto è importante la formazione continua e il networking per i founder? E qual è, dal tuo punto di vista, il contributo di eventi come Rome Startup Week e Rome Future Week® nel creare ecosistemi collaborativi?
Senza formazione continua, con la velocità di trasformazione di interi settori propria di questa decade, non si va da nessuna parte. Ma direi che questo sia vero per tutti, indipendentemente dall’essere founder. ll networking invece, ove qualificato e di valore, è il principale asset che un founder dovrebbe sviluppare durante tutto l’arco della propria vita. Sarà sempre lo strumento principale attraverso cui fare fundraising, accedere a competenze, a relazioni strategiche, alla possibilità di confrontarsi e migliorarsi. Ovviamente, va fatto in modo finalizzato e produttivo, proprio con l’idea di costruirvi sul lungo periodo.
Gli eventi sono la migliore opportunità per allargare il proprio network ed è molto importante che ce ne siano, ed anzi che si moltiplichino, tanto per quelli ultrasettoriali quanto quelli generalisti. Le due “week” hanno entrambe un ruolo che crea valore: Rome Future Week® fa city branding, e con la sua struttura di eventi diffusi riesce a far emergere tantissime realtà, collocate a Roma, che hanno un piede nel futuro.

Rome Startup Week fa una cosa molto diversa: porta a Roma una volta l’anno un “giro” di addetti ai lavori ampio e crescente, dagli ecosistemi startup nazionali e da quelle nazioni che guardano con interesse all’Italia, e li mette a dibattere, imparare, confrontarsi, conoscersi e stringere relazioni.
Guardando al futuro, come si può favorire un’evoluzione che porti a un ecosistema più maturo, innovativo e sostenibile in ambito startup?
Smettendo di continuare a cercare un “modello italiano” per fare le cose: fare startup significa giocare ad un campionato globale, in cui le regole adottate dalle nazioni più avanzate si basano sul senno di poi dell’aver tentato numerose strade per decenni, per poi concentrarsi su quello che evidentemente funziona nel ridurre i rischi e massimizzare le opportunità.
L’allineamento con le pratiche internazionali va perseguito senza indugio, ovviamente calandole poi sul valore dell’Italia nella ricerca e nella coltivazione del talento. Dobbiamo metterci in testa che il capitale umano e quello finanziario se ne vanno facilmente, se qui non ci sono le condizioni per farlo fruttare. E le condizioni per farlo fruttare sono facilissime da importare: basta copiare le nazioni con il maggior numero di unicorni.



