Dove nasce davvero l’innovazione in Italia? Nei capitali finanziari che alimentano le startup, nei laboratori di ricerca pubblica o nei distretti industriali capaci di trasformare le tecnologie in prodotti?
Una nuova ricerca prova a rispondere a questa domanda mettendo a confronto i tre principali ecosistemi dell’innovazione italiani. Il report “Chi fa innovazione e dove? Roma, Milano, Torino: player, infrastrutture e numeri comparati”, realizzato dal Centro di Ricerca Divulgativo della Rome Business School e curato da Michele Franzese – founder di Rome Future Week® – e Valerio Mancini – Direttore del Centro di Ricerca di RBS – analizza dati su startup, venture capital, brevetti, fondi europei e community dell’innovazione per tracciare una mappa aggiornata delle dinamiche che stanno ridisegnando la geografia dell’innovazione nel Paese.
Il quadro che emerge non individua un’unica capitale tecnologica, ma tre modelli diversi di ecosistema che si sviluppano attorno a risorse e vocazioni differenti.
Roma, un ecosistema guidato dalla ricerca
Roma possiede la più alta concentrazione di ricerca pubblica in Italia e guida il Paese per fondi europei competitivi destinati alla ricerca, con 776 milioni di euro provenienti da Horizon 2020.
La presenza di grandi istituzioni scientifiche – dall’Agenzia Spaziale Italiana al CNR, dall’ENEA all’Istituto Superiore di Sanità – contribuisce a creare uno dei poli di ricerca più densi del continente. A questo si aggiunge il sistema universitario, con La Sapienza che rappresenta il più grande ateneo europeo per numero di studenti.
Il territorio ospita anche una filiera industriale significativa, come quella aerospaziale concentrata nella Tiburtina Valley, dove circa 250 aziende impiegano oltre 23.500 addetti altamente specializzati.
Nonostante questa massa critica scientifica, il capitale di rischio resta limitato. Negli ultimi cinque anni l’ecosistema romano ha raccolto 295 milioni di euro di venture capital in 357 operazioni, con ticket medi inferiori al milione di euro.
Secondo la ricerca, il nodo non riguarda la quantità di ricerca prodotta ma la qualità delle connessioni tra gli attori dell’ecosistema. Università, imprese e investitori operano spesso in parallelo, con pochi meccanismi stabili di collaborazione e trasferimento tecnologico.
Come osserva Michele Franzese, tra i curatori dello studio, la performance di un ecosistema dipende dalla capacità di trasformare la conoscenza in impresa. Quando le relazioni tra ricerca, capitale e mercato restano deboli, le innovazioni faticano a uscire dai laboratori e a generare crescita economica.
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Milano, il mercato dell’innovazione
Se Roma rappresenta il territorio con la maggiore densità scientifica, Milano è oggi il principale hub imprenditoriale dell’innovazione italiana.
Tra il 2020 e il 2024 l’ecosistema milanese ha attratto 4,1 miliardi di euro di venture capital in oltre 1.100 operazioni, concentrando circa 2.417 startup innovative e quasi la metà delle startup B2B del Paese.
Il punto di forza della città non riguarda solo il volume degli investimenti ma la densità delle relazioni tra università, imprese, investitori e acceleratori. In questo contesto le idee imprenditoriali trovano più facilmente capitale, competenze e mercato.
Milano viene quindi descritta nella ricerca come un ecosistema market-driven, in cui domanda industriale e capitale alimentano un circuito capace di attrarre nuovi progetti imprenditoriali e talenti.
La competitività interna, tuttavia, produce anche effetti collaterali. Il mercato del lavoro altamente dinamico rende difficile per le startup nelle fasi iniziali competere con le grandi aziende sul piano salariale, riducendo l’accesso ai talenti più qualificati.
Torino, laboratorio dell’hard tech
Torino rappresenta un terzo modello di sviluppo, legato alla trasformazione della sua tradizione industriale in una piattaforma per l’innovazione tecnologica avanzata.
L’ecosistema torinese registra oggi un Ecosystem Value stimato intorno ai 3 miliardi di dollari, con una crescita del 19% annuo, in controtendenza rispetto al calo registrato in molti ecosistemi globali.
Il Politecnico di Torino, insieme a incubatori e centri di trasferimento tecnologico, ha contribuito alla nascita di numerose startup deep tech. Accanto a queste realtà operano infrastrutture di innovazione come OGR Tech e nuovi poli industriali dedicati allo spazio e alla produzione di satelliti.
La città viene descritta come un ecosistema engineering-driven, caratterizzato da forti competenze tecniche e da un rapporto diretto con l’industria manifatturiera. La sfida riguarda la capacità di attrarre capitali e talenti senior per sostenere la crescita delle startup oltre la fase iniziale.
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Tre città, un unico sistema possibile
Il confronto tra Roma, Milano e Torino mostra come l’innovazione italiana si sviluppi lungo traiettorie complementari.
Milano concentra capitale e mercato, Roma possiede una straordinaria densità scientifica, Torino rappresenta un laboratorio industriale per le tecnologie avanzate.
Secondo la ricerca, il futuro dell’innovazione italiana dipenderà dalla capacità di collegare queste competenze in un sistema nazionale più integrato. Tra le priorità indicate dagli operatori dell’ecosistema emergono tre leve principali: rafforzare la governance degli ecosistemi, migliorare i meccanismi di trasferimento tecnologico e sviluppare programmi territoriali per attrarre e formare talenti.
In questa prospettiva l’Italia potrebbe evolvere verso un modello policentrico dell’innovazione, in cui diverse città contribuiscono con specializzazioni differenti alla competitività complessiva del Paese.
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Il report “Chi fa innovazione e dove? Roma, Milano, Torino: player, infrastrutture e numeri comparati” analizza dati, infrastrutture e community dell’innovazione per offrire una fotografia aggiornata dei principali ecosistemi italiani.
Scarica il report completo e approfondisci numeri, tendenze e scenari dell’innovazione nel Paese.



