16 - 22 Settembre, Roma

Humanity: la conquista sociale di Roma 

Il passaggio dall’organizzazione classica, gerarchico-funzionale, che ha caratterizzato finora il nostro modo di lavorare e di essere nella società a una dimensione di comunità è estremamente difficile da attuare e necessita di una formazione profonda e imprescindibile.

La formazione di una comunità ha una storia molto particolare. Come ricorda Carl Rogers “le comunità hanno cominciato ad esistere nel passato preistorico, allorché i nostri antichi antenati formavano dei gruppi allo scopo di cacciare, e più tardi per dedicarsi all’agricoltura. Le comunità degli indiani americani dispongono di modelli basati su una filosofia e su un rituale di cui oggi potremmo trarre profitto. Le prime comunità della nostra civiltà si formarono nei pressi dei fiumi o dei porti, di modo che il commercio teneva uniti i cittadini. Negli Stati Uniti si formarono delle comunità idealistiche intorno a capi carismatici o a ideologie religiose. Basti pensare agli Amish per rendersi conto che alcune di queste comunità hanno avuto una considerevole forza di sopravvivenza” (Rogers, 1983).

Non sappiamo se nuove forme di comunità sostituiranno l’attuale modello socio-economico. Indirettamente, questo sta già avvenendo in modo per lo più inconsapevole, ma sta avvenendo. Vuoi per la cosiddetta “crisi” che innesca fenomeni solidali, vuoi per la tecnologia che oggi è sempre più molecolare e cambia il nostro modo di essere. Quello che è sicuro è che abbiamo bisogno di un grande cambiamento culturale, che dal punto di vista professionale significa un processo educativo che non riguardi solo le competenze, ma “l’attitudine al nuovo modo di lavorare”. Dal punto di vista del modello sociale dobbiamo completamente ridisegnare la scala dei nostri valori in termini diversi da quelli attuali. Diceva Illich «la moneta svaluta tutto ciò che non può misurare». Suggerisco di cambiare l’unità di misura.

Non per questo però è impossibile attuarla e anzi ci sono, nel mondo e in Italia, diverse forme di comunità sociali che hanno rivoluzionato in bene le governance dei Paesi.

Gli ecovillaggi, ad esempio, vengono definiti come “comunità intenzionali sostenibili” e le persone che vi abitano condividono gli stessi valori e seguono dei modelli sostenibili che si basano su alcune regole come l’uso di energie rinnovabili per ridurre l’impatto ambientale, una coltivazione e alimentazione biologica e una condivisione di stili di vita sostenibili.

Il primo ecovillaggio è del 1971 nel Tennessee, The Farm, fondato da un professore di San Francisco, mentre il primo in Italia è umbro, Utopiaggia, del 1972. Nella nostra penisola ce ne sono una quarantina e, per fare qualche esempio, citiamo che a San Godenzo in Toscana è stato costituito Arcobaleno per l’Acquacheta, un progetto per la rinascita della valle dell’Acquacheta, sull’appennino tosco-romagnolo. Nel modenese c’è il Tempo di Vivere, un progetto di vita comune nel rispetto delle capacità e professionalità individuali, collaborando allo stesso fine, come cellule di un unico organismo.

Sulle colline di Ripe, vicino Senigallia, c’è la sede dell’Associazione Culturale e di Promozione Sociale “La Città della Luce”, immersa tra la natura marchigiana dove propongono un percorso di ricerca e formazione nell’ambito delle discipline bionaturali.

Anche vicino Roma, precisamente nella Valle dell’Aniene c’è la comunità-famiglia il Crogiolo. Stefania Di Sisto, 60 anni, fondatrice e custode attenta di un sogno che è diventato un progetto concreto, racconta la sua idea di ecologia, che non riguarda solo fauna e flora, ma un percorso spirituale che comprende la pulizia di anima e mente. «Non mi piace definirlo ecovillaggio. È qualcosa di più profondo, è una comunità-famiglia, un’espansione di sinergie condivise».

Sicuramente, nella settimana della Rome Future Week®, queste realtà che al momento sembrano appannaggio di pochi, potrebbero diventare occasioni più concrete da condividere.

Roberto Panzarani

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