16 - 22 Settembre, Roma

Innovazione di senso, tra “grandi dimissioni” e nuove esperienze lavorative

Bisogna ridisegnare l’esperienza lavorativa, dentro e fuori la sede aziendale, ascoltando le vere esigenze delle persone.

È fondamentale ripensare gli uffici, renderli sempre più belli, un motivo importante per sceglierli come postazione di lavoro.

Dobbiamo trovare nuovi modi di far incontrare le persone, sempre più fisicamente sparse.

Va ripensata la formazione, fondamentale per allenare le competenze. Ma al contempo è urgente responsabilizzare le persone sulla propria “Employability” (spendibilità sul mercato), considerando lo scenario che rende in poco tempo obsoleta la maggior parte degli apprendimenti.

Abbiamo come priorità quella di implementare iniziative concrete per favorire Diversity, Equity & Inclusion, a partire dalla diversità di genere che resta la priorità, visto che il Board è ancora prevalentemente (se non del tutto) composto da uomini.

Dobbiamo passare da organizzazione a ecosistema, Comunità.

Queste sono alcune delle frasi che più si sentono nelle organizzazioni o nei convegni di settore. L’innovazione è quell’elemento che tutti ricerchiamo, quasi fosse il semplice uso della parola la soluzione a questi grandi temi: “Dobbiamo innovare”. Sì, ma come e soprattutto, alla Simon Sinek, perché? Si rincorrono i trend, si ricercano casi, articoli o post a cui ispirarci, a volte fermandoci troppo poco ad esplorare cosa serve davvero a noi e quale può essere il senso di una proposta nel medio e nel lungo termine.

Ci sono persone che sempre più lasciano il proprio lavoro, ma dobbiamo anche sfatare il mito di un completo ripensamento della vita di queste persone. Sì, il turnover è stato più alto ma nella maggior parte dei casi le persone sono uscite da un posto ed entrate in un altro molto simile (dove a incidere spesso è stato il fattore economico, perché questa leva rimane sempre alla base della sostenibilità umana).

Ma nella narrazione attuale sembra quasi che molti abbandonino le scrivanie per un bel chiosco al mare, quel piano B di molti che però resta – appunto – un piano B da usare prevalentemente come valvola di sfogo nei momenti più stressanti. Da qui, ad esempio, la prima analisi concreta da fare sulla personale “Employee Value Proposition” (il valore complessivo offerto e che la persona vive nel contesto lavorativo in cambio della sua prestazione professionale): cosa effettivamente proponiamo alle nostre persone? Qual è la nostra distintiva offerta per loro? Cosa deve esserci assolutamente oggi per garantire un’esperienza lavorativa allineata alle aspettative delle persone e competitiva sul mercato?

Il lavoro ibrido sembra per molti la soluzione centrale nell’offerta dell’esperienza lavorativa migliore (con ancora PC e telefoni “venduti” come benefit: ma veramente ancora?). Questa offerta sembra importante soprattutto per attrarre i giovani, più attenti rispetto al passato al bilanciamento vita-lavoro. Vero, ma anche qui non possiamo dimenticare l’importanza dell’apprendimento attraverso l’osservazione (“L’esempio è la più alta forma di insegnamento”). Nei primi anni di lavoro, ciò che si impara è più frutto di un’esperienza indiretta: guardare e passare del tempo con gli altri, vederli (tutti interi e non a mezzo busto) in una riunione e nelle diversificate occasioni lavorative, ascoltare i racconti alla macchinetta del caffè, osservare la cultura aziendale tramite i “non detti”.

A scrivere è una grande sostenitrice dello Smart Working ormai da anni ma proprio per questo richiamo a quella maturità senza la quale non può esserci uno Smart Working in grado di garantire la stessa produttività all’azienda. Certo, in citta grandi e trafficate come Roma è un benefit fondamentale, una leva di sostenibilità.  Anche qui, però, prima di prendere una decisione netta, ci si deve chiedere, come in tutto ciò che permette la sostenibilità: a che prezzo? Lo sappiamo che la sostenibilità ha per definizione costi alti.

Serve l’innovazione nelle organizzazioni, abbiamo bisogno di manager empatici che sappiano parlare e soprattutto ascoltare le persone, guardare con spirito critico ciò che sta accadendo, contestualizzarlo bene rispetto all’organizzazione; manager che sappiano trovare, esattamente come lo scopo di questo festival, un punto di equilibrio tra tecnologia e umanesimo, tra innovazione e diritti, pur consapevoli che “tra il dire e il fare in mezzo ci sono gli inevitabili sbagli”. Sbagli dettati da tante incognite ed elementi diversi anche rispetto a poco tempo fa. Solo per citarne alcuni: 

  • i selezionatori che non hanno più “il coltello dalla parte del manico” e che devono porsi in un’ottica di offerta, ricordandosi che se mancano di un tempestivo feedback perdono candidati ormai già alle prese con un’altra esperienza; 
  • c’è più coraggio delle persone disposte ad intraprendere strade imprenditoriali e/o (fortunatamente) ad avanzare le proprie richieste alle organizzazioni; 
  • ci sono online racconti molto più trasparenti a cui ispirarsi; 
  • si sente un maggiore bisogno di allineamento tra valori personali e aziendali;
  • ci sono settori che predominano offrendo retribuzioni non competitive e che quindi costringono a un ragionamento necessario (urgente in alcuni contesti che offrono oggi RAL assolutamente non in linea con gli aumenti del costo della vita);
  • le diversità sono aumentate, ma non solo quelle che citiamo sempre, pensiamo a quante persone nella società oggi sono sole e cosa significa questo nel ridisegno dell’esperienza lavorativa;
  • è cresciuta – fortunatamente – l’attenzione al benessere mentale e fisico e le persone si aspettano iniziative di valore in tal senso (oltre al fatto, cinico ma pur sempre vero, che le persone che stanno bene lavorano meglio, quindi se non si fa – ahimè – per etica professionale bisognerebbe farlo almeno per questo. E l’ansia è diffusa, soprattutto da quando abbiamo sperimentato tutti la paura).

Dobbiamo fare ecosistema, riportavo prima. Sì, dobbiamo davvero. Mettiamoci, con approccio generoso e costruttivo, a condividere ciò che ascoltiamo, ciò che funziona e/o che non ha portato ai risultati sperati. Promuoviamo insieme nelle imprese “un umanesimo basato sulla cura della salute fisica e mentale, attraverso arte, cultura, educazione, dialogo sull’inclusione, i diritti e la diversità”, ricordandoci sempre che oggi la tecnologia è un fattore abilitante di tutto. E poi, però, torniamo tutti nei diversi contesti organizzativi e a piccoli passi agiamo, un pezzo per volta, quel cambiamento di cui si sente il bisogno, quello di senso e non di moda.

Io al festival ci sarò con questo spirito, e voi?

Valentina Marini

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