21 - 27 Settembre 2026, Roma

Dal sampietrino al Sampietrone: Marco Duranti e il suo messaggio a Roma

Marco Duranti

Artista e artigiano romano, Marco Duranti racconta il percorso che ha portato alla nascita del Sampietrone: un progetto che nasce dall’osservazione di un’assenza e dalla volontà di restituire senso a un elemento identitario della città di Roma. Da pavimentazione a seduta, da oggetto invisibile a presenza che impone una sosta, il Sampietrone diventa un processo aperto che intreccia artigianato, design, memoria urbana e trasformazione.

In questa intervista per Rome Future Week®, Duranti ripercorre l’origine dell’idea, il lavoro con la materia, il rapporto con la città e il significato più profondo di un progetto che cambia funzione per continuare a esistere.

Prima di tutto: chi sei professionalmente, anche prima del progetto Sampietrone? Che tipo di progetti ti venivano naturali, e cosa invece ti mancava?

Sono un artigiano e un inventore. Prima ancora di definirmi attraverso un progetto, mi definisco attraverso un metodo: osservare, ascoltare, individuare un nodo e provare a scioglierlo. Nel tempo ho sviluppato diversi brevetti, ma il mio lavoro non nasce mai dal desiderio di “inventare qualcosa” in astratto. Nasce sempre da una frizione, da un problema, da una mancanza.

La mia formazione è questa: davanti a una difficoltà, immaginare una possibile forma di soluzione. Le idee arrivano così, in modo continuo e spontaneo, come risposte a domande che spesso non sono ancora state formulate apertamente. Per molto tempo i miei progetti sono stati oggetti funzionali, risposte precise a esigenze concrete. Era un linguaggio che mi veniva naturale.

Il Sampietrone nasce proprio da qui: dal bisogno di dare una risposta a un problema ormai evidente, quello della progressiva estinzione del sampietrino come elemento vivo della città. Non come semplice pavimentazione, ma come segno, memoria e identità urbana.

Ti ricordi il momento preciso in cui hai pensato: “questo sampietrino va tirato fuori e deve cambiare ruolo”? Che cosa hai visto per far scattare l’idea?

L’idea del progetto è nata quasi per caso, durante una richiesta di partecipazione a una mostra dedicata all’artigianato romano che stava scomparendo. Una mostra che parlava di Roma, ma soprattutto delle sue assenze, di ciò che lentamente stava venendo cancellato dal paesaggio quotidiano. Quella richiesta è stata la scintilla.

Il progetto, però, affonda le radici in un rapporto molto più profondo: un rapporto di amore e odio che ho sempre avuto con il sampietrino. Da un lato simbolo identitario, memoria materiale della città; dall’altro elemento scomodo, discusso, spesso rimosso o sostituito in nome della funzionalità.

In quel momento ho capito che il sampietrino non doveva più stare sotto i piedi, invisibile e calpestato, ma essere tirato fuori, cambiando ruolo. Doveva smettere di essere solo pavimentazione e diventare presenza, oggetto, segno. Qualcosa che obbligasse a fermarsi, a guardarlo, a ripensarne il senso.

Roma per te è più un soggetto o un materiale di lavoro? In che modo la città ti guida, e in che modo ti ostacola?

Roma, per me, è prima di tutto una scuola. Per un creativo è una fonte di ispirazione continua: una stratificazione infinita di linee, geometrie, equilibri e pensieri. È una città che ti obbliga a osservare, a capire, ad apprezzare prima ancora di intervenire. Roma non si attraversa soltanto, si studia, si ascolta e si assorbe.

In questo senso non è solo un soggetto, né soltanto un materiale di lavoro: è un interlocutore costante, che guida il processo creativo con la sua complessità, con le sue contraddizioni e con il suo peso storico.

A ostacolare, però, non è la città in sé. L’ostacolo nasce spesso da chi la vive e la gestisce, da una difficoltà diffusa nel concedere spazio al cambiamento, nel permettere alla città di migliorarsi senza perdere la propria identità. È come se Roma avesse già dentro tutte le possibilità, ma faticasse a concedersi la libertà di usarle.

Quando dici che il Sampietrone non è solo un oggetto ma un intento, qual è l’intento detto in una frase?

Il Sampietrone è l’intento di dare forma a una nuova generazione artigiana, che rifiuta di scomparire e sceglie di portare nel futuro il sapere delle mani.

La trasformazione chiave è “da pavimentazione a seduta”, da passaggio a sosta. Che cosa cambia nelle persone, secondo te, quando un elemento nato scomodo diventa comodo e ti costringe a fermarti?

Quando un elemento diventato nell’evoluzione scomodo cambia ruolo e diventa comodo, accade qualcosa di sottile. Il passaggio si interrompe, il corpo si ferma, e con il corpo si ferma anche il pensiero.

In quello spazio di sosta si apre una possibilità: la consapevolezza che le cose possono cambiare, e che il cambiamento non è una perdita ma una forma di sopravvivenza.

Il Sampietrone prova a generare proprio questo momento. È come un organismo che si evolve per restare vivo nel futuro: non rinnega ciò che è stato, ma cambia funzione per continuare a esistere.

Fermarsi, sedersi, significa accettare che il cambiamento è spesso la soluzione per restare presenti.

Hai scritto anche in modo molto personale, quasi poetico, sul “diventare comodo”. Quanto è importante per te la parte narrativa, oltre a quella di design?

Per me la parte narrativa è fondamentale. Da inventore, ogni progetto è come un figlio: nasce da un pensiero quotidiano, cresce attraverso continue modifiche, ripensamenti, aggiustamenti. È un processo vivo, mai definitivo.

A un certo punto il progetto smette di essere solo un oggetto e diventa quasi una presenza. Si personifica. In qualche modo mi ci rivedo dentro, perché attraversa le stesse tensioni: il bisogno di adattarsi, di trovare una forma che permetta di restare, di essere accettato senza perdere la propria identità.

La materia, in questo senso, non è mai il fine ma è un mezzo. Serve a dare corpo a sensazioni, a racconti, a narrazioni che vanno oltre il design. Il Sampietrone non è solo qualcosa da usare o da guardare, ma qualcosa da leggere e da sentire.

Entriamo nella bottega: mi racconti la prima versione fisica che hai realizzato? Da dove sei partito, e cosa ti ha sorpreso appena hai iniziato a farlo a mano?

La prima versione fisica del Sampietrone non è nata in pietra, ma in ferro. In quel periodo stavo lavorando molto con questo materiale, lo stavo esplorando, quasi studiando, e realizzarlo in ferro mi sembrava una conseguenza naturale. Era il materiale che avevo tra le mani, quello che mi parlava di più in quel momento.

Lavorarlo così mi ha sorpreso. Il ferro, rispetto alla pietra, gli restituiva un’eleganza inattesa, un valore diverso. Trasformava un elemento nato come massa pesante e ruvida in qualcosa di più sottile, quasi raffinato.

Mi ha fatto capire subito che il Sampietrone non era legato a un solo materiale, ma a un’idea: poteva cambiare pelle senza perdere identità. È stato il primo segnale che il progetto stava andando oltre l’oggetto, e che la mano, più ancora del materiale, stava guidando la forma.

Che cosa hai dovuto imparare “facendo” con le mani? 

Il fare con le mani è un apprendimento continuo. È un processo che non è mai separato dal pensiero: le mani e il cervello lavorano insieme, si correggono a vicenda. Ogni gesto produce una risposta, ogni errore diventa informazione.

Facendo, impari a sperimentare, a provare, a sbagliare e a capire come fare meglio la volta successiva. Non esiste una conoscenza definitiva, ma un affinamento costante. È un dialogo silenzioso tra ciò che immagini e ciò che la materia ti permette davvero di fare. Ed è proprio in questo dialogo che il progetto cresce.

Il progetto vive anche nei materiali, e ne citi tre: ferro, polistirolo e cemento. Perché questa triade, e cosa rappresenta ciascuno per te?

La triade dei materiali nasce dal desiderio di permettere al progetto di vivere in contesti diversi, senza perdere il proprio significato. Torna ancora una volta il tema del cambiamento: la capacità di adattarsi in base allo sguardo che ti si pone davanti, alla prospettiva e al luogo.

Il polistirolo rappresenta il lato più leggero, quasi ludico: è il materiale che gioca, che alleggerisce, che introduce una dimensione di possibilità e di sperimentazione.

Il cemento è la città: pesante, solida, stabile. È il materiale che ancora il progetto allo spazio urbano, alla strada e alla realtà quotidiana.

Il ferro, invece, appartiene al mondo del design: è rigore, eleganza e struttura. È il materiale che dialoga con l’interno, con l’oggetto, con una dimensione più riflessiva.

Insieme, questi tre materiali raccontano la stessa idea declinata in forme diverse: cambiare pelle per restare riconoscibili, adattarsi per continuare a esistere.

Nel testo emerge forte il tema dell’artigianato che scompare e del “sapere della materia”. Tu come lo hai vissuto: ti sei appoggiato a maestranze, hai fatto l’apprendista o ti sei trovato a fare da ponte da solo?

Sono autodidatta. Non ho seguito un percorso tradizionale di apprendistato, ma mi sono formato stando accanto agli artigiani, osservando, facendo domande, chiedendo consigli. Ogni incontro è stato una lezione, ogni bottega un luogo di trasmissione silenziosa.

Sono sempre stato attratto da ogni tipo di artigianato. Nel tempo ho imparato a conoscere materiali diversi, a capirne i limiti e le possibilità. Ma proprio entrando nelle botteghe ho provato spesso una sensazione di rabbia: la percezione di un sapere enorme che stava per scomparire, e l’assenza quasi totale di miei coetanei interessati al fare, al lavoro delle mani. In quel momento ho capito che il problema non era solo imparare, ma non restare soli.

Il mio obiettivo non è fare da ponte da solo, né sostituirmi a ciò che si sta perdendo, ma contribuire a creare un passaggio condiviso, visibile e aperto. Perché il sapere della materia sopravvive solo se qualcuno decide di attraversarlo insieme ad altri.

Dici che il marciapiede è il “ponte temporale” tra strada moderna e architettura storica. Se dovessi scegliere un posto a Roma dove questa idea si capisce in pochi secondi, quale sarebbe e perché?

Non serve scegliere un luogo preciso. Basta entrare nel cuore di Roma, prendere un Sampietrone e sedersi. In quel gesto semplice si attiva tutto: il marciapiede diventa un ponte temporale, lo sguardo incontra la strada moderna e l’architettura storica, e il pensiero cambia.

Sedersi su un Sampietrone significa osservare la città da un punto di vista diverso, più basso, più lento, più consapevole. In pochi secondi si capisce che Roma non è solo ciò che attraversiamo ogni giorno, ma qualcosa che va fermato, guardato e abitato. È lì che l’idea si rende evidente, senza bisogno di spiegazioni.

Qual è l’equivoco più comune quando lo spieghi per la prima volta? 

L’equivoco più comune è che non viene percepito subito come una seduta. All’inizio le persone lo guardano come guarderebbero un oggetto familiare rimesso nel posto sbagliato. Serve spiegarlo una, due volte, prima che scatti il passaggio concettuale. Ma è proprio lì che il progetto funziona.

Quando si capisce che un oggetto può cambiare ruolo, che ciò che conosciamo può trasformarsi senza perdere identità, allora entra in gioco l’idea più profonda: le cose non sono fisse, possono evolvere. E a volte hanno solo bisogno di essere guardate con un po’ più di tempo.

Dall’esterno sembra un’opera, ma tu la racconti come “processo aperto” e in divenire. Qual è la prossima evoluzione naturale del Sampietrone, se la immagini anche senza limiti pratici?

Lo considero un processo aperto perché io stesso sono un processo aperto. Il mio modo di pensare non è mai concluso: sono pronto a modificare, rifare e rimettere in discussione. Il Sampietrone riflette esattamente questa attitudine.

Se immagino la sua evoluzione senza limiti pratici, non la vedo come un singolo oggetto che cambia forma, ma come un progetto più ampio, capace di interrogare il riposizionamento dei sampietrini stessi nella città e nel pensiero collettivo. Non più solo pavimentazione da sostituire, ma elementi da reinterpretare, riattivare, rendere di nuovo significativi.

In questo senso il Sampietrone aspira a diventare un simbolo: un segno di resilienza del saper fare, della capacità dell’artigianato di trasformarsi senza scomparire.

Il progetto ha già attraversato tappe e contesti diversi (mostre, riconoscimenti, brevetto e installazioni). Qual è stata la reazione più significativa che hai ricevuto, quella che ti ha fatto dire “ok, sta funzionando”?

In tutti i contesti che il Sampietrone ha attraversato (mostre, installazioni, momenti di confronto) la reazione è stata sorprendentemente simile. Quello che colpisce per primo è la semplicità dell’oggetto: una forma essenziale, quasi ovvia. Ma subito dopo emerge qualcosa di più profondo.

Le persone restano stupite dalla complessità di significati che riesce a racchiudere. È in quel passaggio, tra ciò che sembra immediato e ciò che invece richiede tempo, che capisco che il progetto sta funzionando.

Quando un oggetto appare semplice ma continua a generare domande, vuol dire che ha trovato la chiave per aprire una nuova storia.

Chiudiamo con una domanda personale: dopo anni di lavoro su questa trasformazione, cosa è cambiato nel tuo modo di guardare Roma, quando cammini sui sampietrini?

Oggi guardo Roma con una consapevolezza diversa. Camminare sui sampietrini non è più solo attraversare la città, ma leggerla come qualcosa che può ancora cambiare, davvero, in meglio.

Attraverso il progetto ho incontrato persone profondamente interessate a Roma, che la amano e che possiedono la sensibilità e la competenza per immaginare un futuro diverso. Forse questo cambiamento, oggi, non è ancora visibile nello spazio urbano, ma esiste già nelle persone.

E sapere che c’è chi è pronto a prendersi cura della città – con le mani, con il pensiero e con il tempo – ha cambiato anche il mio modo di camminarci sopra.

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