Abbiamo intervistato Giuseppe Biazzo, presidente di Unindustria, per approfondire il momento che sta attraversando Roma e il Lazio sul fronte dell’innovazione e dello sviluppo industriale.
A partire dai dati più recenti – che restituiscono un ecosistema in crescita e più competitivo rispetto alla narrazione consolidata – la conversazione si muove tra percezione e realtà, capacità di fare sistema e qualità dell’esecuzione, con un focus sul ruolo di progetti come il Rome Technopole e sulle condizioni necessarie per trasformare questa fase in un salto strutturale.
Ne emerge un quadro articolato, quello di un territorio che sta consolidando alcune filiere chiave, che inizia ad attrarre investimenti e talenti, ma che deve ancora lavorare su dimensione d’impresa, collaborazione tra attori e visione condivisa.
Il Regional Innovation Scoreboard 2025 della Commissione Europea mette il Lazio a 96,3 (sopra la media italiana), con una crescita del 15,3% dal 2018. Per anni il racconto su Roma è stato quello di una città che custodisce il passato e fatica a costruire futuro. Questi numeri cambiano la narrazione, o la narrazione non è mai stata del tutto vera?

Non devono cambiare i numeri ma la narrazione. Roma è la quarta città industriale italiana dopo Milano, Torino e Brescia, ed è una capitale sempre più attrattiva. Il Lazio cresce quasi il doppio della media nazionale: +1,2% nel 2024 contro +0,7% dell’Italia, una crescita dovuta per il 60 % al comparto industriale. La nostra è una regione straordinaria, seconda per Pil solo alla Lombardia. Abbiamo imprese eccellenti e filiere leader nel Paese: per anni abbiamo raccontato Roma come la capitale della storia, ma è sempre stata anche una capitale della conoscenza. Università, ricerca, grandi imprese, centri di innovazione, startup: questo ecosistema oggi sta diventando finalmente visibile e riconoscibile, anche a livello europeo. La sfida ora è trasformare l’evidenza dei numeri in una convinzione collettiva. Su questo, Unindustria è in prima linea.
C’è chi parla di “modello Giubileo” come di una scadenza che ha spinto Roma a fare cose che non si era riusciti a fare in tanti anni: governance, infrastrutture, capacità esecutiva, peraltro con un’ottima qualità di esecuzione. Che ne pensa?
Il Giubileo ha favorito un’accelerazione importante, stimolando la capacità di fare squadra e la volontà di tornare a decidere in tempi certi, aspetto fondamentale per le imprese. Penso che il Metodo Giubileo abbia favorito il “Modello Lazio”: una convergenza collaborativa tra istituzioni e forze produttive che sta offrendo risultati concreti, come il Rome Technopole e il Consorzio Industriale del Lazio. Quando pubblico e privato lavorano insieme su obiettivi chiari, i risultati arrivano. Noi abbiamo lavorato molto in questa direzione, su tanti fronti diversi.
Il Giubileo ha favorito un’accelerazione importante, stimolando la capacità di fare squadra e la volontà di tornare a decidere in tempi certi, aspetto fondamentale per le imprese. Penso che il Metodo Giubileo abbia favorito il “Modello Lazio”: una convergenza collaborativa tra istituzioni e forze produttive che sta offrendo risultati concreti, come il Rome Technopole e il Consorzio Industriale del Lazio. Quando pubblico e privato lavorano insieme su obiettivi chiari, i risultati arrivano. Noi abbiamo lavorato molto in questa direzione, su tanti fronti diversi.
Ad esempio?
Con il Rome Technopole, un vero e proprio unicum a livello nazionale: uno dei progetti più ambiziosi mai realizzati nel Lazio per mettere insieme istituzioni, università, centri di ricerca e imprese. E per dare un futuro ai nostri giovani.
Unindustria lanciò la proposta di creare a Roma un nuovo hub universitario multi-tecnologico specializzato su trasformazione digitale, transizione energetica e sostenibilità, agri-bio farmaceutica e salute: tre settori che coincidono con tre comparti produttivi di eccellenza del Lazio, aree di interesse al centro delle strategie del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), il programma italiano per investire i fondi del “Next Generation EU”. Futuro e giovani, per l’appunto.
Lei è anche vicepresidente della Fondazione Rome Technopole, la cui governance conta ben 53 partner. Oggi a che punto siamo?
Pochi giorni fa a Roma, all’Università La Sapienza, la Fondazione Rome Technopole ha presentato i traguardi raggiunti a 4 anni dalla sigla dell’atto costituivo. È stata completata la spesa di oltre 110 milioni di euro dei fondi Pnrr che hanno permesso di avviare l’attività di questo polo di eccellenza della ricerca e della formazione. Ciò è la dimostrazione che qui si può fare sistema mettendo in rete competenze, infrastrutture e responsabilità istituzionali.
Roma e il Lazio stanno esprimendo questa capacità: a fine anno ci sarà il taglio del nastro dell’headquarter a Pietralata, che diventerà un luogo simbolo della Roma dell’innovazione e prevede nuovi investimenti della Regione in laboratori e infrastrutture di ricerca. Centinaia di giovani ricercatori sono stati già coinvolti attraverso dottorati industriali e borse di ricerca: un ecosistema così innovativo deve continuare ad essere sostenuto.
Il capitale umano e la ricerca sono un nostro punto di forza: a Roma e nel Lazio vogliamo sviluppare e trattenere competenze altamente qualificate e trasferire ancora più innovazione al tessuto produttivo. Ora dobbiamo guardare oltre il Pnrr.
L’ecosistema, dunque, esiste e produce risultati. Ma gli imprenditori romani e laziali sono davvero attrezzati per cogliere questa finestra, per fare il salto dimensionale, investire in ricerca applicata e attrarre talenti internazionali?
Il Lazio ha grandi imprese globali e una rete di PMI innovative molto dinamica, e Roma ha tutte le condizioni per diventare uno dei poli europei in cui il talento sceglie di vivere e lavorare. Da un punto di vista culturale, le imprese devono investire di più nella ricerca, collaborare con le università, innovare e attrarre talenti anche su scala internazionale. Da un punto di vista dimensionale, devono puntare a crescere: imprese più grandi possono investire di più, innovare e pagare stipendi migliori.
Il Lazio parte da una quota di piccole e medie imprese innovative che deve ampliarsi, e iniziative come il Rome Technopole servono appunto anche a stimolare la crescita e migliorare il “lessico” dell’Accademia per avvicinarlo alle esigenze delle aziende.
Se dovesse indicare le filiere su cui il Lazio ha le carte migliori per diventare un riferimento europeo nei prossimi cinque anni, quali sarebbero e perché proprio quelle?
La nostra regione vanta aree di vera e propria eccellenza dove abbiamo un vantaggio competitivo importante. Partirei citando il settore farmaceutico, compreso il mondo biotech, che rappresenta uno dei principali motori industriali del Lazio con un sistema tra i più importanti d’Europa.
Nel 2025, l’export farmaceutico regionale ha superato i 18 miliardi di euro confermando il settore tra i poli di eccellenza a livello nazionale con una quota del 26%. Poi ci sono le tecnologie digitali, l’informatica e l’AI, e in particolare la cybersecurity. Anche su energia e transizione green abbiamo una filiera industriale e tecnologica in crescita, e non è un caso che proprio queste siano le tre grandi direttrici di ricerca di Rome Technopole (salute-biopharma, transizione digitale, transizione energetica): qui possiamo giocare davvero una partita europea.
Altre voci importanti a Roma sono quella del cinema e dell’audiovisivo, dove storicamente la nostra capitale è leader nazionale, e il turismo, che negli ultimi anni sta cogliendo diversi record: dopo il Giubileo il numero di visitatori attesi è in continuo aumento, soprattutto nella fascia economica più alta, e sono in arrivo investimenti importanti. Negli ultimi sei anni ci sono state 80 nuove aperture di alberghi a 4 e 5 stelle, e altre importantissime sono in arrivo nel 2026.
Nel Lazio, poi, come non evidenziare l’eccellenza del comparto manifatturiero con le aziende della ceramica nell’area di Civita Castellana, e l’agri-food. Ed anche il settore della Blue Economy dove la nostra regione, con i suoi 383 km di coste affacciate sul Tirreno, è un protagonista di primo piano con il numero più consistente di imprese blu, quasi 35mila pari a circa il 16% del totale nazionale, generando oltre 8 miliardi di euro di valore aggiunto.
Cito in ultimo, non per importanza bensì per l’attualità del trend di crescita, il settore della difesa e dell’aerospazio: il Lazio è uno dei principali cluster italiani e stiamo lavorando con la regione per dare nuovo impulso al distretto tecnologico industriale dell’aerospazio.
Nel territorio possiamo vantare una presenza qualificata e completa di realtà che costituisce un ecosistema quasi unico nel nostro Paese e in Europa. Abbiamo i principali player industriali del settore – Leonardo, Thales Alenia Space, Telespazio, Avio – ma anche una rete vitale di PMI, start-up, spin-off universitari, e accanto a loro le università romane e i centri di ricerca di eccellenza che formano talenti e generano innovazione. E, naturalmente, la presenza dell’Agenzia Spaziale Italiana e dell’ESA. Vogliamo fare del Lazio non solo il cuore dell’aerospazio italiano, ma una delle capitali europee del futuro spaziale.
Qual è lo stato reale dell’attrattività del Lazio e di Roma oggi? Sul fronte degli investimenti esteri, ci sono operazioni concrete che possono essere raccontate o siamo ancora in una fase di “potenziale da attrarre”?
Il Lazio è già una regione attrattiva, c’è un dato importante: in un anno le multinazionali presenti sul territorio sono passate da 132 a 148. Le grandi aziende straniere sempre più scelgono Roma come sede italiana per l’offerta di capitale umano e le connessioni col resto del mondo garantite dall’aeroporto di Fiumicino, miglior scalo europeo da anni. Non dimentichiamo, inoltre, che anche la qualità della vita rappresenta un fattore di competitività.
La nostra capitale non ha eguali per bellezza ed è una città accogliente in cui rilevanza culturale e patrimonio artistico si fondono in maniera unica, creando un contesto capace di attrarre anche manager e talenti internazionali che scelgono dove vivere e dove lavorare. La qualità dell’ambiente urbano è sempre più determinante, e in questo senso Roma offre qualcosa che poche altre città al mondo possono garantire.
Riguardo agli investimenti, con la Regione Lazio siamo andati al Parlamento Europeo di Bruxelles per presentare la piattaforma “Invest in Lazio”: un’iniziativa strategica volta a promuovere l’attrazione di investimenti produttivi sul territorio regionale, con un focus su grandi gruppi industriali e fondi di investimento internazionali. Quella di rendere il territorio sempre più attrattivo deve essere una volontà comune, perché investimenti importanti si possono avvicinare solo con una strategia complessiva.
Le multinazionali e i nuovi investitori che portano progetti di sviluppo nei nostri territori creano un valore importantissimo: guardiamo ai casi di Takeda e Novo Nordisk, ad esempio. Siamo convinti che il Lazio sia un territorio competitivo che ha un grande potenziale ancora da liberare: adesso dobbiamo fare un passo in più, non limitarci ad attrarre singoli investimenti ma lavorare insieme per costruire un ecosistema riconoscibile anche a livello globale.
Una ricetta per il futuro: se dovesse dare una sola risposta alla domanda “cosa serve davvero a Roma e al Lazio nei prossimi tre anni” – non un elenco, una sola cosa – cosa direbbe?
Il nostro progetto di riferimento è il Piano Industriale del Lazio: un progetto che guarda al futuro e descrive esattamente le cose da fare da qui ai prossimi quattro anni, con indicatori chiari. Crescita dimensionale delle imprese, aumento dell’export e dell’occupazione di qualità: gli obiettivi sono tanti e complessi, ma dopo vent’anni in cui la performance economica regionale è stata debole rispetto alle altre principali regioni italiane, non si può più prescindere da questo percorso.
Per continuare a crescere con decisione, in maniera sostenibile, abbiamo la necessità di far crescere il peso della manifattura e dei servizi avanzati nel bilancio dell’economia laziale. Dobbiamo puntare sulla crescita: aziende più grandi producono più valore aggiunto e pagano stipendi maggiori, perché c’è una connessione diretta tra produttività e salari. Dobbiamo avere fiducia nel futuro industriale di Roma, credere che questa città non sia solo un luogo da visitare ma un luogo dove costruire imprese, ricerca e innovazione.
Se la città ritrova fiducia nelle proprie capacità i giovani restano, gli investitori arrivano e le imprese crescono. Roma ha tutte le condizioni per diventare una capitale dell’innovazione: l’ecosistema delle start up è vivo, ma c’è bisogno di andare sempre più nella direzione di progetti che abbiano capacità di industrializzazione.
Dobbiamo lavorare per attrarre nuove realtà cosicché le nuove start up trovino partnership industriali per crescere: la vera sfida è fare del Lazio sempre più un luogo dove i giovani scelgono di restare e di arrivare per creare innovazione e migliorare il proprio futuro.



