Articolo a cura di Keti Lelo, Professoressa associata di storia economica presso il Dipartimento di Economia Aziendale dell’Università Roma Tre, Vicepresidente ACoS Roma Capitale e Ambassador Rome Future Week®
Ostiense è oggi uno dei quartieri più vitali di Roma: università, musei, teatri, spazi creativi, street art. Dalla metà degli anni ’90, in questo territorio è attivo il Progetto Urbano Ostiense-Marconi, che ha guidato il recupero dei grandi spazi industriali dismessi, trasformandoli in luoghi dedicati alla produzione culturale. Tuttavia, i tempi lunghi dell’amministrazione hanno diluito il processo di rigenerazione urbana, facendo perdere di vista l’unitarietà degli interventi.
La domanda da cui parto è: quello che vediamo oggi a Ostiense è risultato esclusivo del progetto urbano?
Ritengo che il progetto urbano abbia prodotto una trasformazione culturale, ma l’Ostiense è soprattutto un cluster culturale spontaneo, ovvero un insieme di attività che si attraggono a vicenda, condividendo spazi disponibili a costi contenuti, una posizione geografica favorevole e un’identità riconoscibile. Il cluster nasce per convenienza e si sviluppa autonomamente. Ha il pregio della spontaneità, che si traduce in energia, vitalità, sperimentazione. Tuttavia, presenta dei limiti: non ha un disegno chiaro, non ha un soggetto che risponda del suo esito, non distribuisce equamente i benefici e non protegge ciò che lo rende attrattivo.
Quello che manca attualmente è una strategia territoriale condivisa da tutti gli attori locali che possa trasformare il potenziale del cluster in una leva di sviluppo per il quartiere, cosa che invece è propria del distretto culturale. Non parlo di un distretto culturale tradizionale, che applica alla cultura lo schema classico dei distretti industriali, ma di un distretto culturale evoluto, che ribalta la logica tradizionale, puntando a valorizzare culturalmente l’economia, piuttosto che valorizzare economicamente la cultura. In questo contesto, la cultura funge da collante che mette in relazione filiere diverse, culturali e creative, tecnologiche, formative e sociali, orientandole verso l’innovazione e il miglioramento della qualità della vita.
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Quali sono le sfide per il distretto culturale Ostiense?
Una regia condivisa. I portatori d’interesse, le piccole imprese, le associazioni e i cittadini che costituiscono il tessuto vivo del distretto devono poter partecipare attivamente ai processi di progettazione e gestione.
Una politica di contrasto alla gentrificazione. Senza di essa, il valore generato dalla cultura continuerà ad essere catturato dalla rendita immobiliare e l’attrattività finirà per espellere chi l’ha prodotta.
Trasparenza nella gestione dei beni comuni. Gli spazi recuperati dal processo di riqualificazione non sono né del tutto pubblici né del tutto privati: è necessario sapere chi se ne occupa, nell’interesse di chi e con quali regole.
Continuità. Roma ha vissuto anni di forte instabilità amministrativa, ma un distretto culturale ha bisogno di tempi di gestione lunghi, più lunghi di un ciclo elettorale.
E le opportunità?
Il quartiere Ostiense vanta un patrimonio culturale unico: il paesaggio dell’archeologia industriale in continuità con la città storica, il potenziale ambientale del fiume Tevere e un’università che ha dimostrato di saper restituire vita agli spazi industriali dismessi. A questo patrimonio si aggiungono istituzioni come il Museo della Centrale Montemartini, il MACRO e il Teatro India, insieme a un tessuto di associazioni e imprese creative che genera valore attraverso l’economia collaborativa. E c’è un’identità forte, legata alla memoria produttiva del quartiere, che può ancora diventare offerta culturale.
Come si passa dal cluster al distretto?
Rispettando il cluster, che rappresenta la materia prima del distretto, e allo stesso tempo dandogli forma attraverso azioni concrete:
- Mappare. Fotografare asset e lacune del quartiere. Esperimenti di mappatura dell’ecosistema culturale esistono già, ma bisogna coordinare meglio gli sforzi e condividere le conoscenze.
- Governare. Costruire un organismo unitario tra pubblico, privato e comunità, con un piano di gestione integrato che, come a Barcellona – con il Poblenou Urban District –, sia in grado di coniugare impulso dall’alto e iniziativa dal basso.
- Programmare. Definire azioni di medio-lungo periodo che includano il tessuto produttivo e sociale preesistente, come, ad esempio, un marchio collettivo del distretto, itinerari della memoria industriale, o un incubatore partecipato per l’innovazione sociale e culturale.
La sfida non è portare più cultura a Ostiense perché già c’è. Bisogna piuttosto decidere a chi serve, chi la governa e con quali strumenti. Il cluster ha permesso al quartiere di arrivare fin qui. Per andare oltre, serve una scelta strategica più audace.



