Perché sarebbe un delitto trascurare il valore dei social

Nelle ultime settimane i social media e le piattaforme di condivisione video sono finiti -per l’ennesima volta- nell’occhio del ciclone.

Non è la prima e certo non sarà l’ultima, ma adesso mi sembra che i toni siano quelli di una vera e propria “caccia alle streghe”, anzi potremmo dire allo “youtuber” oppure al “tiktoker”. Non si fa altro che parlare di challenge pericolose per gli adolescenti, salvo poi scoprire – in qualche caso – che si tratta di fake news montate ad arte forse proprio dai media tradizionali che, ovviamente, hanno tutto l’interesse a screditare i nuovi canali di comunicazione.

 

Di questo passo, nell’immaginario collettivo si rafforzerà il concetto che i social (e tutto quel che gira intorno a questo variegato universo), rappresentano il lato peggiore della società. Ma in verità, che ci piaccia o meno, i social molto più semplicemente “sono la società”: all’interno degli ecosistemi digitali troviamo l’uomo nel suo complesso, con i suoi eccessi e le sue debolezze, ma anche con i tanti valori che animano piccoli e grandi utilizzatori di questi canali.

 

E proprio del valore, troppo spesso trascurato, dei social media che vorrei parlarvi.

 

Fino a qualche tempo fa, io stesso non avrei saputo immaginare che sui social si potesse lavorare, produrre, dar vita a nuovi canali di business, esprimere la propria creatività e persino dare un contributo alla crescita della società. Del resto, dagli albori delle piattaforme ad oggi, molto tempo è passato e questi “luoghi” non sono più solo un passatempo: per molti (di noi) sono diventati strumenti per realizzare la propria missione.

 

Nel mio caso, da avvocato e presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, verifico quotidianamente tutta la potenza che possono avere i social media nel veicolare contenuti di valore nell’educazione al consumo responsabile. E per questo, oggi, intendo fare il possibile per contrastare la demonizzazione dei social media e la narrazione di chi vorrebbe cancellarli dalla nostra vita, vietarli, sanzionarli. Chi la pensa così conosce il fenomeno in modo molto parziale visto che si tratta di proposte per la maggior parte irrealizzabili, anche solo da un punto di vista tecnico!

 

Secondo una delle più importanti società di consulenza e ricerche di mercato, il Data Bridge Market Research, l’industria globale degli influencer è destinata a diventare un settore da quasi 70 miliardi di dollari entro il 2029. È ovvio che sia necessario fare qualcosa per rendere l’universo digitale un posto migliore. Ma come intervenire?

 

In Europa manca un quadro normativo omogeneo relativo alla professione degli influencer. La conseguenza è che molti creator non sono trasparenti nel presentare la pubblicità mentre altri promuovono con grande enfasi prodotti di dubbia affidabilità: all’inizio del 2023 alcuni consumatori francesi hanno promosso un’azione legale collettiva, accusando gli influencer di averli portati deliberatamente a perdere denaro sulle piattaforme di trading e NFT. Oltralpe c’è stata anche la mobilitazione di alcuni personaggi famosi (come il rapper Booba che ha portato avanti una vera e propria battaglia digitale contro quelli che ha ribattezzato “influ-thieves”).

Secondo le denunce degli utenti sarebbe emerso che gli influencer promuovevano aziende che vendono prodotti che non hanno realmente nelle loro disponibilità acquistandoli solo dopo aver ricevuto una serie di ordini (c.d. dropshipping), con il conseguente rischio di ritardi nelle spedizioni, rincari sul consumatore per oneri doganali e altri disservizi per gli utenti. Secondo un report dell’Autorità Antitrust francese, è emerso che 6 influencer su 10 non seguono le normative già presenti nel Paese, per esempio l’obbligo di specificare nella descrizione del post se sono stati pagati per promuovere un certo prodotto o servizio.

 

Ecco perché il 1° giugno 2023 il Parlamento francese ha approvato una legge che definisce l’attività degli influencer (come “persone fisiche o giuridiche che, a pagamento, usano la notorietà per influenzare il loro pubblico e per promuovere beni e servizi online”) stabilendo il divieto di promuovere “prodotti o pratiche pericolose” (per esempio trattamenti estetici non sicuri). La legge francese fissa, inoltre, una serie di misure specifiche: le immagini promozionali dei cosmetici, per esempio, devono indicare se sono state ritoccate con filtri digitali che li rendano più accattivanti; si vieta la promozione di prodotti contenenti nicotina, gioco d’azzardo e scommesse, etc.

 

L’esperienza francese avrà successo? È troppo presto per dirlo, ma la crescente diffusione di casi che dimostrano i rischi connessi ad una comunicazione non regolamentata da parte degli influencer deve indurre ad una riflessione condivisa.

 

In Italia, proprio l’Unione Nazionale Consumatori è stata la prima associazione a segnalare la pubblicità occulta degli influencer all’Autorità Antitrust che è intervenuta stabilendo una serie di obblighi di trasparenza sulla falsariga di quanto stabilito anche dallo IAP, l’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, il cui Codice richiama la Digital Chart che richiede agli influencer di rendere riconoscibile la comunicazione commerciale diffusa attraverso internet. Recentemente è intervenuta anche l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) lanciando una consultazione proprio sull’attività degli influencer.

 

E dopo l’approvazione del Ddl Concorrenza del 2021 (dove compare per la prima volta il termine “content creator”) si sta accelerando sul piano del riconoscimento delle professionalità che operano sui social media, ma molto va fatto anche in vista della necessaria tassazione dei relativi compensi (tanto per quelli diretti che per i vantaggi indiretti, come donazioni o prestazioni di servizio gratuite). Insomma, sembra il momento giusto per valorizzare la figura dei creator in Italia e su questo un ruolo importante lo sta giocando Assoinfluencer, prima associazione di categoria a essere inserita nell’elenco del Ministero delle Imprese a tutela di tutti coloro che fanno parte della creator economy  (e quindi non solo chi promuove un brand, ma anche a vantaggio di chi riesce a usare i social media con finalità divulgative).

 

Quello degli influencer è un mestiere che nel nostro Paese viene ancora banalizzato (quando non demonizzato), eppure credo sia arrivato il tempo di evidenziare l’impatto sociale dei contenuti di valore proposti sui social media! Conosco moltissimi creator che pubblicano quotidianamente video informativi o educativi: esperti di storia, economia e diritto, medici e nutrizionisti, attivisti dei diritti civili, ma anche della sostenibilità e ancora divulgatori sui temi della scienza, dell’educazione finanziaria, della comunicazione e del marketing, per non parlare di contenuti innovativi che avvicinano i più giovani alle discipline tecniche o persino all’arte.

 

Moltissimi contenuti di qualità che generano un impatto crescente sulle nuove generazioni che ormai -inutile negarlo- si informano quasi esclusivamente su questi canali. Ecco perché valorizzare questi creator e questi contenuti può cambiare in meglio la società. E anche favorire lo sviluppo di investimenti da parte delle aziende più responsabili sulla filiera “sana” della creator economy, giungendo persino a supportare il mercato del lavoro, offrendo opportunità ai più giovani.

 

Insomma, è arrivato il momento di creare le condizioni per valorizzare la parte migliore dei social media, partendo proprio dalle cose buone che già oggi molti creator pubblicano online ogni giorno. Ed allora se trovi stimolante questa idea e ritieni di poter dare un contributo all’impatto sociale dei social, contattami su LinkedIn o Instagram.

Massimiliano Dona

Leggi altro...