Dietro ogni grande innovazione c’è un’idea. Ma dietro ogni idea che diventa impresa, c’è un ecosistema che l’ha resa possibile: università, investitori, infrastrutture, politiche pubbliche. Nella nuova frontiera dell’innovazione profonda – quella delle deep tech, che spaziano dalla fotonica quantistica alla biotecnologia, dall’intelligenza artificiale alla robotica avanzata – il nodo cruciale è uno: chi finanzia il futuro?
L’intelligenza artificiale, sempre più integrata nei progetti deep tech, rappresenta una delle tecnologie chiave su cui università e investitori stanno puntando per generare soluzioni ad alto impatto scientifico ed economico.
Le start-up deep tech non nascono nei garage, ma nei laboratori universitari, nei centri di ricerca pubblici, negli spin-off accademici. Sono progetti ad alto rischio e lungo orizzonte temporale, che richiedono capital patient, risorse umane altamente qualificate e una connessione stretta tra mondo accademico e imprenditoriale. In Italia, esempi come E-Novia (nato dal Politecnico di Milano), Wise Srl (spin-off della Statale di Milano nel campo dei dispositivi biomedicali), o Bio4Dreams (incubatore focalizzato sulle scienze della vita), mostrano che il ponte tra scienza e impresa può essere solido. Ma solo se c’è finanza paziente, visione e governance strutturata.
Venture capital e università: alleanza per l’innovazione
A livello di venture capital, il panorama italiano si sta lentamente attrezzando. Fondi come CDP Venture Capital, con i suoi programmi “Tech Transfer” e “Evolution Fund”, rappresentano una svolta sistemica, destinando capitali pubblici e privati alla creazione di startup deep tech nate in contesti accademici. Fondi specializzati come LIFTT, Vertis, Progress Tech Transfer o Eureka! Fund stanno costruendo pipeline selettive che partono dalle università e arrivano al mercato globale.
Ma il vero snodo è nel rapporto università–finanza. Alcuni atenei italiani si stanno dotando di Technology Transfer Offices (TTO) e unità dedicate alla valorizzazione dei brevetti, facilitando la costituzione di spin-off e start-up. Il Politecnico di Torino, la Scuola Superiore Sant’Anna, l’Università di Bologna, la Federico II di Napoli o l’Università di Padova sono ormai nodi attivi di questa rete. Inoltre, il programma nazionale per i Dottorati Innovativi (PhD ITalents) e i dottorati industriali finanziati dal PNRR stanno contribuendo a formare capitale umano con competenze scientifiche e imprenditoriali integrate.
Il green tech, sempre più al centro dei progetti di trasferimento tecnologico, rappresenta una priorità strategica per università e startup che puntano a coniugare innovazione scientifica e impatto ambientale positivo.
In questo ecosistema emergente, la formazione digitale avanzata e lo sviluppo di tecnologie green stanno diventando leve strategiche per accelerare la transizione delle start-up deep tech dal laboratorio al mercato.
Finanza paziente per un futuro sostenibile e competitivo
Servono però più strumenti ibridi, capaci di coniugare logiche accademiche e logiche di mercato. Tra questi: fondi early-stage a governance condivisa con gli atenei, piattaforme di co-investimento pubblico-privato, incentivi fiscali alla brevettazione e alla collaborazione ricerca-impresa, supporto alla scalabilità. Il modello francese dei SATT (Sociétés d’Accélération du Transfert de Technologies), o quello tedesco dei Fraunhofer Institutes, offre spunti concreti di politica industriale applicata all’innovazione scientifica.
Perché se vogliamo che le scoperte italiane diventino imprese globali, servono finanziatori che conoscano la scienza, scienziati che parlino il linguaggio del business, e università che si assumano un ruolo attivo nello sviluppo economico e tecnologico del Paese.
Il futuro si costruisce con le idee. Ma senza chi le finanzia, resta solo un’intuizione incompiuta.
di Carlo Maria Medaglia, docente, delegato del Rettore per la Terza Missione, Presidente della Commissione Rapporti con gli Enti Esterni, Università degli Studi Telematica IUL



