Per secoli, l’università è stata il luogo per eccellenza del “sapere”: un sapere astratto, teorico, spesso distante dalla prassi. Ma oggi, in un mondo trasformato dalla digitalizzazione, dall’intelligenza artificiale, dalla crisi climatica e dalla complessità sistemica, non basta più sapere: serve saper fare. E serve soprattutto saper apprendere, adattarsi, risolvere problemi nuovi in contesti in continuo cambiamento.
La cosiddetta era post-digitale – in cui le tecnologie non sono più “nuove”, ma pervasivamente integrate nella vita quotidiana – impone una profonda revisione dei modelli formativi. L’università deve trasformarsi da trasmettitore di contenuti a facilitatore di competenze, offrendo non solo conoscenze disciplinari, ma strumenti per applicarle in modo creativo, critico e situato.
In questo contesto, la formazione digitale diventa la base su cui costruire nuovi approcci didattici, mentre il green tech offre sfide concrete per mettere in pratica soluzioni sostenibili e interdisciplinari.
Apprendimento esperienziale e nuovi ambienti formativi
Questa trasformazione è già in atto. In molti corsi di laurea si affiancano progetti, laboratori, hackathon, challenge-based learning, simulazioni e co-progettazione con imprese o enti pubblici. Il baricentro si sposta dalla lezione frontale alla sperimentazione, dal programma standardizzato al percorso personalizzato. E l’elemento digitale non è più il centro, ma l’ambiente di base su cui costruire esperienze di apprendimento ibride e immersive.
Iniziative come i contamination lab, i living lab universitari, le aule aumentate con realtà virtuale o le piattaforme di micro-credentialing rappresentano risposte concrete a questa esigenza. Esempi italiani come il CLab Unina, il PoliLab 2.0 di Torino, o le esperienze transdisciplinari di IUL, Sant’Anna e Polimi mostrano che è possibile ibridare rigore accademico e sperimentazione pratica, formando profili più dinamici, flessibili e pronti per le sfide del mondo reale.
Grazie a questi percorsi, l’università può connettersi ai bisogni dell’industria 4.0, dell’intelligenza artificiale e della sostenibilità, formando competenze ibride ad alto impatto.
Dal sapere al saper fare: un cambio di paradigma
Ma il passaggio più profondo è culturale. La distinzione netta tra sapere teorico e sapere operativo non regge più. Le competenze soft – pensiero critico, capacità comunicativa, collaborazione interdisciplinare, adattabilità, etica dell’innovazione – diventano centrali quanto quelle hard. La formazione accademica deve preparare non solo a “sapere cose”, ma a fare domande, costruire soluzioni, negoziare significati.
Nel contesto europeo, questo approccio è ormai condiviso nelle linee guida di Bologna Process, European Qualifications Framework e EUA (European University Association): centralità dello studente, apprendimento per risultati, interdisciplinarità, lifelong learning. Anche il PNRR italiano, con l’investimento sulla “Riforma degli ITS e delle lauree professionalizzanti”, punta a una formazione più orientata al lavoro e alle transizioni tecnologiche in corso.
Formare persone, non solo professionisti
Non si tratta di tradire l’università come luogo di sapere, ma di ampliarne la missione, integrando teoria e prassi, riflessione e azione. Il sapere critico resta il fondamento, ma deve essere capace di incarnarsi nella complessità, nel mondo, nella trasformazione concreta.
La vera sfida, allora, è formare cittadini competenti, non solo lavoratori. Persone capaci di usare il sapere per costruire valore, risolvere problemi, generare impatto. Perché nell’era post-digitale, chi sa solo sapere è già indietro. Chi sa fare, pensare e imparare insieme, è pronto per il futuro.
di Carlo Maria Medaglia, docente, delegato del Rettore per la Terza Missione, Presidente della Commissione Rapporti con gli Enti Esterni, Università degli Studi Telematica IUL



