La sharing mobility al bivio, tra rischi e opportunità

La sharing mobility non rappresenta più una novità, ma si configura ormai come una realtà consolidata, che ha rimodellato le abitudini di spostamento e la mobilità urbana fino a diventarne parte integrante. 

Oggi in Italia più della metà degli spostamenti quotidiani avviene sotto i 5 km. Fino a qualche anno fa avere la macchina di proprietà era probabilmente il passo principale dei giovani verso l’autonomia e l’indipendenza, ma oggi non è più così. Preferiscono avere la flessibilità di scegliere il mezzo più adatto – macchina, motorino, bicicletta o monopattino – per ogni singolo spostamento. 

Si tratta di un cambiamento di prospettiva epocale, causato da una molteplicità di fattori: dalla questione economica – intimamente legata alle minori disponibilità finanziarie delle nuove generazioni – alle nuove modalità di lavoro (‘smart working’) e anche alla notevole frammentazione dei ritmi e alla scansione delle giornate. 

Il fenomeno è, però, in buona parte, un’emanazione del forsennato sviluppo tecnologico, che consente l’accesso capillare e tempestivo ai servizi di smart mobility tramite smartphone e dispositivi vari. 

I servizi di sharing mobility hanno ormai superato la fase sperimentale e si sono cristallizzati come un tassello fondamentale dei nostri agglomerati urbani. Anche visivamente, sono componenti essenziali delle città e ne determinano aspetti ormai irrinunciabili. Ciò non toglie che occorra una migliore gestione urbana di questi servizi, a beneficio di tutti. Perché altrimenti anche i fenomeni portatori di benefici rischiano di tramutarsi in un boomerang. 

In quest’ottica una città come Roma ha scelto i tre operatori che investiranno nei prossimi tre anni nella capitale e Milano li selezionerà a breve. La formula è ormai assodata e digerita: meno operatori e più chiarezza sulle regole per un servizio migliore. 

Intermodalità con differenti servizi di mobilità, inclusione e democraticità del servizio in termini di area operativa e agevolazioni sono le parole d’ordine che le città chiedono agli operatori privati con i conseguenti investimenti sul territorio. 

La sinergia tra pubblico e privato, una collaborazione funzionale e proficua, si presenta come l’unica strada percorribile affinché la sharing mobility spicchi definitivamente il volo, sprigionando tutte le sue enormi potenzialità. Perché alcune sono ancora inespresse, ma occorre gestirle affinché vengano incanalate con costrutto senza comprimerle né lasciarle esplodere anarchicamente.

Anche la gestione di questi servizi, tuttavia, deve rispondere a criteri efficaci, aderenti alla realtà e in grado di intercettare i fabbisogni di chi investe e la domanda di chi compra. 

Perché un conto è regolare, un altro è soffocare. Il decisore pubblico può e deve delimitare un perimetro, circoscrivere un campo, all’interno del quale il privato possa decidere come muoversi. Ma imporre divieti, tagliole e pastoie burocratiche finisce per annichilire gli investimenti, li vanifica e li fa fuggire altrove. Un lusso e un rischio che l’Italia non può permettersi, sempre che voglia perseguire una buona competitività con gli altri attori europei e raggiungere gli obiettivi essenziali in materia di sostenibilità.

Per queste ragioni, continuare a fissare obblighi sempre più stringenti a operatori che agiscono in un mercato libero – oltre ad apparire una scelta anche giuridicamente poco legittima – rischia di compromettere definitivamente un settore in crescita in termini di remuneratività, di sostenibilità e di potenziamento dei servizi a vantaggio dei cittadini. 

La sfida, all’opposto, risiede nel contemperare esigenze diverse, nel saper costruire un equilibrio di pesi e contrappesi, e perché no nel supportare economicamente questa transizione verso nuove abitudini di mobilità come fatto dall’ultimo decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti che garantisce delle risorse – seppur esigue – per incentivare il connubio tra trasporto pubblico e sharing mobility.

Matteo Tanzilli

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